Vita.Punskaya

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Prosa

TUTTE LE NOCI SONO VUOTE
Il libro tratta la vita di un interprete che si innamora di una attrice e vive tutta questa storia d'amore sullo sfondo della vita famigliare infelice, sulla sua carriera che all'inizio lo soddisfa, ma che con il passare degli anni lo riempie di monotonia. La linea rossa che passa attraverso il romanzo è la storia dell'ordine monastico dei Templari, con i loro segreti e misteri.
Uomo di mare
La moglie mi ha lasciato. Immaginatevi una bella sera, anzi, tutt'altro che bella, torno a casa e lei non c'è. Beh, ho pensato, sarà uscita per qualche faccenda. Ho cenato da solo e me ne sono andato a dormire. In quel momento non sapevo ancora che avrei cenato e dormito da solo per i successivi cinque anni. Al mattino, alcuni sospetti mi si insinuarono dentro. Ho aperto l'armadio e sono rimasto ammutolito, non c'erano tutti i suoi vestiti. Ottusamente guardavo le grucce spoglie e non credevo ai miei occhi. Ogni cellula del mio cuore gridava:" possibile che mi abbia lasciato?".
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UOMO DI MARE

CAPITOLO 1 - DANIELE

La moglie mi ha lasciato. Immaginatevi una bella sera, anzi, tutt'altro che bella, torno a casa e lei non c'è. Beh, ho pensato, sarà uscita per qualche faccenda. Ho cenato da solo e me ne sono andato a dormire. In quel momento non sapevo ancora che avrei cenato e dormito da solo per i successivi cinque anni. Al mattino, alcuni sospetti mi si insinuarono dentro. Ho aperto l'armadio e sono rimasto ammutolito, non c'erano tutti i suoi vestiti. Ottusamente guardavo le grucce spoglie e non credevo ai miei occhi. Ogni cellula del mio cuore gridava:" possibile che mi abbia lasciato?". Mi sedetti intorpidito sulla sedia e vi rimasi sino a sera. Lo capite bene, ero sotto choc. Se n'è andata senza dire niente, senza alterchi, senza spiegazioni sui nostri rapporti. E dire che abbiamo vissuto insieme per otto anni. Forse non ero un marito particolarmente premuroso. Ma ero così abituato ad avere una moglie che ritenevo la cosa del tutto normale. E così, dopo avermi abbandonato, era del tutto naturale che io fossi terribilmente addolorato.
Va detto, comunque, che negli ultimi due anni quasi non ci si scambiava una parola. In genere ho avuto sempre una certa difficoltà a trovare un linguaggio comune con le donne. Era per questo che io semplicemente le usavo senza tante complicazioni. Sapete, sono nato sul mare. D'estate lì vi sono tante turiste annoiate. Una giovane raramente rifiuta un'avventura romantica con qualche giovane italiano. La vita ribolliva intorno a me, gli anni volavano, e io cercavo di restare al passo coi tempi. Se voi sapeste come ci si infervorava con gli amici.
Ma voi, sicuramente, volete sapere tutto dall'inizio. Ebbene, ascoltatemi. Quando ho compiuto tredici anni,  ho smesso di frequentare la scuola cattolica e ho cominciato a lavorare con mio padre. Mia madre, ovviamente, ne era amareggiata. Una cosa, peraltro, normale. Avrebbe voluto che almeno uno dei suoi figlioli diventasse una persona istruita. Ma non ne ricavò niente.
Il lavoro non era pesante. Mio padre si procurò un piccolo battello per gite turistiche. lo fui preso come marinaio. E come potete immaginare, tra i turisti capitava sempre qualche ragazzina avvenente. Talune mi sorridevano ammiccando. La cosa mi metteva in enorme imbarazzo. lo non avevo idea di che cosa parlare con costoro. Ma mi sentivo adulato dalla loro attenzione.
Devo dire che non mi sono mai distinto per un particolare sviluppo intellettuale. Ho finito soltanto la settima classe. Ma la mia naturale gioia di vivere e la mia allegria supplivano a quella carenza. Ho visto ragazzi che studiavano trattati filosofici, andavano in giro con volti emaciati, tenevano noiose conversazioni, ma non avevano ragazze a fianco. Alle belle ragazze piacciono giovani allegri e spensierati. Questo lo so per certo.
Verso i quattordici anni cominciarono le mie avventure amorose. Non appena se ne andava una fiamma, io facevo già amicizia con un’altra. Ma dopo una settimana dimenticavo anche questa e ne trovavo un'altra. Il carosello sessuale si srotolava come il filo da un rocchetto. Dopo di che alcune delle mie amiche scrivevano lettere indirizzate a me. Ma cosa m'importava di quelle righe vergate con cura quando davanti a me c'era la vita in tutta la sua bellezza.
Spesso ci si trovava tra amici per raccontarci le nostre conquiste erotiche. Periodicamente ci scambiavamo opinioni sui diversi trucchi che consistevano sul come, col minimo dispendio di tempo e di denaro, ottenere quanto desiderato. In queste faccende occorre essere astuti. Mi capite, vero? Bisogna dire che io ero un ragazzo abbastanza modesto. Ma giocavo al pallone e le ragazze mi amavano soltanto per il mio fisico atletico e per la mia candida ritrosia. Quando si è giovani non occorre altro. L'importante è attrarre l’attenzione. Nella mia vita dunque c’era sempre il sesso al primo posto. Come, peraltro, c’è ancora adesso. E nella vostra? A ventidue anni mi sono sposato con una tedesca. Per tre anni di seguito era venuta a lavorare nella nostra cittadina. Emma parlava l'italiano discretamente. Non che l’amassi, era stata lei a attaccarsi praticamente a me. E così ci siamo sposati. Ma per me lei è sempre stata un’amica, soprattutto agli inizi della nostra vita coniugale. E quando ti lascia un amico, in fondo è sempre molto doloroso. Per la verità, negli ultimi anni io non le rivolgevo alcuna attenzione amorosa. Persino dopo le gite serali in mare io non avevo fretta di tornare a casa. Fino a mezzanotte accompagnavo i turisti da una sponda  all’altra del golfo. Passavano gli anni. Con Emma non avevo niente da dire, oltre alle consuete cose della quotidianità. Una noia disperata. Mia moglie, comunque, si dava da fare in casa: preparava da mangiare, lavava e mi accudiva come si deve. Non avevamo figli nonostante gli otto anni trascorsi insieme. Non ce ne siamo mai interessati particolarmente né ci siamo mai fatti visitare da qualche medico. Non venivano, e basta. Io stesso ho l'impressione di essere ancora un bambino.
Dunque, dopo la giornata lavorativa non avevo nessuna voglia di tornare a casa e quindi, di solito, andavo al bar. Lì passavo un'oretta dopo l'altra con gli amici davanti a un boccale di birra. Ultimamente ho l'impressione che siano dei falliti. Ma come si può ogni giorno dire sempre le stesse cose, gli stessi pettegolezzi, le solite barzellette. E se qualcuno confidava loro qualche segreto, state certi, che il giorno seguente lo venivano a sapere tutti. Le bobine di radioscarpa lavoravano a pieno ritmo. Presi dalla noia, raccontavano la stessa storia decine di volte, aggiungendovi sempre nuovi dettagli. Beh, si capisce. Non avevano una vita propria e quindi dovevano sempre parlare di quella degli altri. Tutti pettegolezzi a causa della propria inettitudine e insufficienze. Sono stato brusco, vero? Ricordo bene, con quale gioia essi parlavano dei problemi degli altri. Come se le disgrazie altrui possano renderti felice.
Il primo anno, dopo la partenza di mia moglie, lo ripeto, ero molto addolorato. Non uscivo di casa. Mi sembrava che la gente, vedendomi, mi indicasse con il dito: "guardate, guardate, a quello è scappata via la moglie". Decisi che per me la vita era finita.
Ma certi miei amici non mi lasciavano solo. Essi regolarmente mi chiamavano al telefono e venivano a trovarmi. E, alla fine, riuscirono a farmi uscire dalla depressione. Un bel giorno decisi di rinfrescarmi un po’, cacciare i cattivi pensieri e fare quattro chiacchiere come ai bei tempi. In quel giorno entravo in una seconda fase della mia vita.
Uno dei miei amici si chiama Mauro. Un vero vampiro energetico. Quando parla con la gente, immancabilmente la deve toccare, battere una mano sulla spalla, dare una sistematina agli abiti. Non riesce a non farlo. Quanto più diventa vecchio tanto più spesso egli deve toccare l’interlocutore. Egli fa body building e la sua mente è diventata rigida e dura come il suo corpo.
Tempo fa Mauro ed alcuni miei amici decisero di allestire una palestra. Comprarono molti attrezzi: pesi, panche, e vari macchinari. Però la faccenda non prese piede, e inspiegabilmente gli attrezzi acquistati rimasero di sua proprietà. Non sapendo dove portare tutto quel ben di dio, pensò bene di piazzarlo nel mio giardino. Naturalmente chiedendomi prima il permesso.
Da quel giorno almeno un paio di volte la settimana trascinava il suo sedere da me per allenarsi. Ah, si! Dimenticavo di dire che ho una casa con un giardino piccolo. Tutti i miei risparmi li ho investiti in questa casa. Comunque Mauro non era sposato e non lo è mai stato, perché era troppo duro, nel senso che se si metteva in testa qualche cosa, niente e nessuno potevano fargli cambiare idea, tutti i discorsi con lui erano inutili. Tre anni fa tornò dall’Inghilterra dove aveva fatto il cameriere. Da quando tornò, non faceva altro che parlare della cultura inglese, di come tutti osservino la legge e come tutti siano rispettosi verso il prossimo. Poi, con Mauro andavamo al night club soprattutto d’inverno quando la stagione turistica finiva e nella nostra cittadina regnava una noia pazzesca.
Io lo chiamavo il filosofo, nonostante la sua frase filosofica suonava così: “Cerca di capire!” Cosa precisamente bisognava capire sfuggiva non solamente a me, ma a tutti i suoi interlocutori. Mauro adorava soprattutto discutere gli affari degli altri, poiché non aveva nulla di suo da raccontare. Quando eravamo al night, esaminava con lo sguardo le ragazze domenicane che lavoravano come intrattenitrici. Il loro scopo principale era quello d’agganciare dei clienti per farsi offrire qualche drink solitamente molto costoso, per far questo cercavano d’intrattenere il cliente usando tutta la loro astuzia. Ogni tanto ci andavamo anche noi. Invitavamo due ragazze e ordinavamo una bottiglia di spumante. Di solito non conoscevano molto bene l’italiano, sapevano al massimo trecento parole e le ripetevano in diverse combinazioni.
In questo modo un paio di mesi fa conobbi Mary. Lei adorava darsi un sacco d'arie ma per il denaro era pronta a tutto. Per cinque volte ci incontrammo, capite cosa voglio dire! Sono geloso marcio, ma purtroppo quello di far divertire gli uomini era il suo unico lavoro.
L’altro mio amico si chiama Fabio. Una volta in preda alla disperazione comprò un vestito color arancione, un bel giorno lo indossò e andò in piazza. Vedendolo, le casalinghe si misero a ridere. Sono d’accordo, il colore arancio è solare e mette allegria, ma non è proprio adatto a un uomo di mezza età. La sua disperazione era dovuta al fatto che la sua amante domenicana gli aveva detto che era un vecchio mostro noioso. Lui era rimasto vedovo da circa dieci anni. Ma anche prima il suo carattere era cupo e scorbutico. Non si sa il perché egli percepisse una cospicua pensione. Comunque spendeva quasi tutto quel denaro per mantenere la sua ragazza. Era da qualche mese che lei viveva a casa sua, ma ultimamente non lo teneva in considerazione. Però Fabio capì che questa era la sua ultima chance e la tollerava.
Dunque, quella sera i miei amici vennero a prendermi. E come spesso accade dopo un lungo periodo di tensione, finalmente tornò la calma. Riacquistai fiducia in me stesso, ma non nelle donne.
Avevamo bevuto bene! Loro mi consolarono raccontandomi le situazioni più tremende della vita di coppia. Così, facendo due conti, capii che me l’ero cavata abbastanza bene. Com’è risaputo, il tempo è la miglior cura. Anche il mio dolore passò e la ferita si rimarginò. Comunque ogni tanto riaffioravano i ricordi. Per cercare di dimenticare tutto definitivamente mi lasciai andare ai piaceri notturni.
Ora torniamo al presente. Oggi arriverà Barbara. L’ho invitata a passare l’estate con me. Lei è di Cracovia. Un paio d’anni fa l’ho conosciuta in un bar durante le vacanze. Lei era con una sua amica. Invece con me c’era un pescatore che conosco da molti anni. Lui è un alcolizzato cronico, e quando non va a pescare si ubriaca. Anche lui è stato lasciato dalla moglie, lei se ne andò dicendogli che era un uomo senza prospettive. Questo lo sa. Spesso, dopo aver  bevuto, cade dal motorino e si ritrova pieno di dolori.
Non so il perché ma tutte le mie amichette sono straniere, forse è normale perché sin dall’adolescenza ho trascorso molto tempo assieme alle turiste di altri paesi. Comunque quelle donne mi sembrano più facili.
Ma questa Barbara che viene dalla Polonia non è per niente così, con lei non è successo niente, mi sembra di provare qualcosa nei suoi confronti ma non riesco a trovare il modo per attrarla.
Ah, dimenticavo di dire che ora sono fidanzato. Voi potreste dirmi che ho scordato di menzionare la cosa più importante. Però, secondo me, Rita non è la donna principale nella mia vita, ma solo qualcosa di secondario. Adesso non è qui. E’ andata via per circa un mese, come capite bene, ho tutto questo tempo da passare con Barbara. Forse riuscirò a combinare qualcosa con lei. Spero d’essere stato abbastanza chiaro.
A proposito, Barbara lo scorso anno era già stata qui. Allora avevo chiesto a Rita se fosse stata d’accordo se l’avessimo ospitata. Rita accettò volentieri dicendomi che finalmente avrebbe avuto  un po’ di compagnia. Può sembrare strano ma lei in due anni non si è fatta nessuna amicizia. Rita vedeva in me, il senso della propria vita. Ma, a dire il vero la faccenda non mi preoccupava affatto. Ero un dongiovanni da giovane, e lo sono tutt’ora. Se Rita vuol vivere con me, mi fa comodo. Perché no? Fa le pulizie lava, stira, cucina, e anche a letto è un uragano. Tutto questo mi sta bene, sicuramente è gelosa di me, ma io sono fatto così, non posso vivere senza le donne. A volte avverto un senso di pesantezza che mi fa fuggire da casa. Così chiamo qualche mia amichetta e scappo.
Ecco, questa mattina quando sono andato al porto a prendere Barbara all’improvviso venni preso da un senso d’imbarazzo. Così chiamai Mary. Lei è cubana. La vita là è dura, per questo è venuta in Italia e lavora nel nostro night. Vorrebbe racimolare un po’ di grana.
Le ho detto che questa sera verrà una mia amica polacca che rimarrà ospite per un paio di mesi, chiedendole se le andava di cenare con noi a casa mia. Mary non era contraria, però rimase un poco sorpresa. Mi chiese se intendessi fare qualche giochetto a tre. Lei pensa sempre di trovarsi nell’ambito del suo lavoro. “No mia cara, voglio solamente te”. A lei andava bene così. Avevo nei confronti di quella cubana un’attrazione incredibile e quel suo sederino così rotondo, m’infuocava meglio del viagra.
Ho invitato Barbara a trascorrere qualche mese a casa mia perché mi sono annoiato di quella vita monotona assieme a Rita. Lei, tutto sommato mi stava bene come donna, ma passare giornate intere assieme diventava noioso. Una monotonia.
Come ho già detto ho una piccola casetta a due piani. L’appartamento al pianterreno l’ho affittato a una giovane coppia. La casa si trova contro una collinetta, così in pratica anche l’appartamento in cui abito ha la porta d’ingresso che da’ direttamente sul giardino. Questo non è importante. All’interno l’arredamento è moderno tipo open space. In pratica ho tolto tutte le pareti divisorie. Così, in una sola stanza, c’è tutto: cucina, camera da letto e salotto. Tranne il bagno che si trova in un angolo a pochi passi dal mio letto. A dire il vero assomiglia ad una grande stanza d’hotel. E allora alla fine dei conti tutti noi siamo turisti su questa terra.
Per quanto riguarda Barbara, l’ho sistemata in un lettino adiacente alla parete di fronte al nostro letto. Per il momento la mia fidanzata Rita non c’è, è partita per Bucarest. Comunque quando tornerà, vedremo se le piacerà la sistemazione. Certamente due donne e un uomo nella stanza non è una situazione appropriata. Però ogni tanto qualche cambiamento nella vita serve. Chi vivrà vedrà.
 
CAPITOLO 2 - BARBARA

Ed ecco la mia amata isola. Il viaggio sulle acque mi ha rinfrescato. Mi è sempre piaciuto guardare all'orizzonte sconfinato. Contemplare quell'impercettibile linea dove l'azzurro cupo del mare si fonde con l'azzurro più chiaro del cielo, diventando un qualcosa di unico, dove il tutto è unito a tutto. Così, sembra, parlassero i saggi.
Il vaporetto entrava lentamente  in porto. Un paesaggio conosciuto. Una quantità infinita di natanti grandi e piccoli con bandiere italiane, francesi e portoghesi. Quella moltitudine di colori abbracciava gli occhi. Su ogni natante regnava una vita propria. C'era chi prendeva la tintarella, chi giocava a scacchi sorseggiando un gin tonico, chi leggeva i giornali del mattino, chi semplicemente si abbandonava a pacate conversazioni con gli amici. Dolce vita da bohème.
Dal ponte di mezzo guardai la costa cosparsa di gialle linde casette che sembravano giocattoli. Quelle casette si inerpicavano come gradini diseguali, sulle verdi colline, orlando questa cittadina da favola. Scendendo dalla passerella, guardavo a quella folla multicolore che mi veniva incontro. Dove era mai il mio Daniele? Possibile che fosse in ritardo? Veramente non avevo fretta. Ero  venuta a riposare al mare e non sapevo neanche quanto mi sarei fermata. Dovevo godermi ogni istante.
Fendendo la folla, scorsi il mio amico. Egli se ne stava un po' in disparte e, vedendomi, agitò con gioia entrambe le braccia venendomi incontro. Benché non fosse particolarmente caldo, Daniel vestiva la sua solita "divisa" di stagione: una maglietta, calzoncini e ciabatte di cuoio. D’estate,  ma raramente,  solo quando doveva andare a qualche incontro importante, si metteva i calzoni. Altrimenti tutta l’estate andava in giro in shorts. L'istinto naturale, evidentemente, gli diceva che i calzoni non erano fatti per lui. Di certo non vi si sentiva a suo agio. Si sentiva parte della natura. In genere, un uomo che ha vissuto tutta una vita sul mare, si abitua alla libertà anche nel vestire.
Sì, egli era proprio quel capitano della goletta che conobbi due anni fa.  Nonostante il cielo nuvoloso, portava i suoi soliti occhiali da sole scuri e sembrava un turista appena arrivato. Lo trovai più in carne, con un'appena percepibile pancetta. Nei mesi invernali egli non lavorava. Ma, come una volta - così mi scriveva nelle sue lettere - si dilettava con i suoi cibi preferiti e con le bistecche alla piastra. Per questo aveva accumulato peso superfluo. E meno male che alla sera faceva footing. Altrimenti non lo avrei ricono­sciuto.
Fermandomi, adagiai le borse per terra. Con un largo sorriso, Daniele si avvicinò e mi salutò ad alta voce:
“Ben arrivata, cara!” I passanti ci guardarono.
“Salute, re dei mari!” e lo abbracciai, baciandolo sulla guancia.
“come ti sembro? Sono cambiato in un anno?” mi domandò per prima cosa, facendo un passo indietro.
Daniele voleva sempre sapere quale impressione faceva sugli altri. Io, ancora una volta, lo guardai con attenzione. Nonostante tutto era bello. Si distingueva per quella bellezza che caratterizza il tipo mediterraneo e che attrae le ragazze. Capelli neri, pettinati all'indietro, viso stretto, furbi occhi azzurri orlati di spesse ciglia, naso diritto, mento leggermente aguzzo.
“Sembri un Casanova”, gli risposi.
Egli sorrise teatralmente.
“Allora, seduci turiste come prima?” gli chiesi.
“Non ci riesco più” rispose abbassando gli occhi con pudore. “Non ho più l’età”.
Chiaramente cercava un complimento. Nonostante i suoi quarantadue anni, ne dimostrava trentacinque. Il mio amico raccolse il mio bagaglio e ci incamminammo nella direzione del parcheggio. Guardando dei grassi americani che camminavano davanti a noi, gli chiesi:
“Come sta Rita?”
“E' andata a casa per un mese. Sta facendo i documenti per sistemarsi qui, sul lavoro”.
“Ma va'! Che tipo di lavoro?”
“Cameriera”.
“E tu? Sei contento?”
“E sempre meglio che lavorino marito e moglie”.
“Hai mica deciso di sposarla?”
"Prova ad immaginare! Forse in autunno. Sembra che ho trovato la donna dei miei sogni."
"Che stai dicendo? Lei è al corrente?"
"Per il momento no."
"Però sono già tre anni che convivete."
Salimmo in macchina ed ebbi l’impressione che Daniele si sentisse in imbarazzo. Forse pensò di aver sbagliato nel confidarmi del suo futuro matrimonio. Sapevo di piacergli ed ero sicura che ci avrebbe provato anche con me. Magari lo diceva apposta, per stuzzicarmi. Forse pensava che, spinta dalla gelosia, lo avrei sedotto per prima.
L'anno scorso Daniele mi aveva invitato a passare da lui un paio di settimane e così conobbi Rita. All'inizio mi sembrò semplice e amichevole ma un po' troppo invadente. La prima sera andammo in discoteca. Per strada Rita mi parlò con cattiveria della sua Romania, della cittadina locale e della sua gente. Capii subito che non aveva amici. Emanava forti flussi di energia negativa.
Daniele aggiustò gli specchietti, accese la radio, mi guardò e disse:
"Allora cosa c'è di nuovo? Raccontami tutto. Cosa hai fatto di bello?"
Può sembrare strano ma ci eravamo sentiti dall'anno scorso. Regolai il sedile e aprendo il finestrino risposi:
"Sono stata in Thailandia."
"Ah si? Per un anno intero?” Mi chiese, alzando un sopracciglio con aria stupita.
“Ma no! Circa sette mesi."
"Non è poco. Ti sei fatta degli amici là?
Annuii con la testa. Il mio amico accese il motore e si diresse verso casa sua. La strada serpeggiava costeggiando il mare. Dopo una breve pausa mi chiese:
"E cosa hai visto di bello in Thailandia?"
“Bangkok. Giungla. Golfo del Siam."
"Ho sentito dire che la gente va in quei luoghi in cerca di avventure sessuali."
"E' proprio così. La vita notturna infiamma le anime."
"E gli aborigeni come sono?"
"Sono molto gentili. Se qualche straniero si irrita per un motivo o l’altro, di solito smettono di parlare e aspettano finché quello si calma."
"Che pazienza! Dunque anche tu sei andata in cerca di avventure?"
"Non proprio. Per tre settimane ho girato il paese e dopo mi sono fermata."
"Dove?"
"Vicino alla città di Chiang Mai. E’ quasi al confine con Birmania."
"Come mai?"
"Sai per riposare un po’…  Montagne, aria fresca, amici."
"Ho capito."
La strada cominciò a salire verso la collina. Daniele cambiò la stazione della radio e si concentrò sulla guida. In realtà, dopo aver visitato quel paese, avevo deciso di vivere presso un monastero, dove era permesso il soggiorno agli stranieri. Ma era meglio che per il momento Daniele non lo sapesse.
Guardando fuori dal finestrino mi ricordai gli avvenimenti di due anni fa. Fu la mia prima volta su questa isola. Io e la mia amica eravamo scappate dalla nostra città in cerca di tranquillità e silenzio. E così un giorno in un bar avevamo conosciuto Daniele; che, come sempre, in cerca di una nuova avventura decise di corteggiarmi. Scegliendo però un modo insolito.
 Prima mi aveva fatto fare la tipica gita sul mare, dopodiché aveva legato la sua barca al molo deserto. Seduto accanto a me mi aveva raccontato per tre ore delle sue amanti. Io coricata sulla panchina guardavo le stelle, e, sullo sfondo del rumore delle onde, ascoltavo le sue rivelazioni. Pian piano avevo capito che il trauma consisteva nell'abbandono da parte di sua moglie. Avevo intuito che voleva sfogarsi e non lo interruppi. Ero una buona ascoltatrice, però tre ore di fila...
La mia compagnia gli era piaciuta ed il giorno dopo mi aveva invitato a cena. Davanti a un abbondante piatto di pesce aveva continuato con la sua storia. Era una maniera originale di flirtare. Ma avevo deciso di stare al gioco. Così Daniele continuò per una settimana intera. Capii allora che non riusciva a stare solo e necessitava sempre di qualcuno al suo fianco.
Ora Daniele non parlava, io invece osservavo i paesaggi già conosciuti. La bellezza dell'isola mi incantava. Sullo sfondo delle nuvole bianche i rami dei pini marittimi dondolavano appena. I raggi del sole penetravano l'aria densa come un ventaglio magico. Sentivo anche il profumo dei fiori.
La prima volta che ero riuscita a compenetrare nel mistero della natura viva ero in Thailandia. Il mio maestro mi aveva rivelato i segreti della contemplazione mistica.
La stradina cominciò a scendere, e di nuovo il mare apparve davanti a noi. Le onde di color zaffiro sembrarono illuminate dall'interno. Mi venne il desiderio irresistibile di fare il bagno.
"Ci sediamo sulla spiaggia?" proposi io.
"L'acqua è fredda". Fu come se Daniele avesse letto nei miei desideri.
"E va bene. Fermati appena puoi! Facciamo una passeggiata lungomare?"
"Come vuoi, cara mia."
Scesi dalla macchina. Camminammo su quella spiaggia che ricordavo benissimo. L'anno scoro qui prendevamo il sole con Daniele quando aveva qualche ora libera. Quella volta mi aveva parlato di Rita. Soprattutto era contento di non essere solo e di vivere con lei.
L'anno scorso finita la vacanza ero ripartita per la Polonia ed ero tornata alla mia solita vita. Dopo essermi laureata avevo insegnato religione. Questo lavoro mi piaceva perché avevo l'opportunità di approfondire le dottrine diverse. Le conoscenze si accrescevano e assumevano il peso di... Ma purtroppo la quantità non si trasformava in qualità. A volte il senso di un romanzo intero può essere espresso in una sola frase.
Leggevo i commenti dei vari insegnamenti e così avevo notato un pensiero ripetitivo. Si trattava del fatto che la dottrina non poteva essere capita intellettualmente ma bisognava viverla. Questa frase si ripeteva soprattutto nel buddismo. Tutti i maestri dicevano che dovevi diventare la tua sapienza. Solo in quel caso potevi raggiungere qualcosa o meglio capire l'essenza della vita.
Daniele camminava accanto a me e ogni tanto mi guardava senza dire niente. La spiaggia fu quasi deserta, qui c'era una donna con il bambino, lì un gruppetto di studenti. Dopo un po' ci sedemmo su una coperta che Daniele preventivamente aveva portato con se.
Avevo nostalgia di questa estate sull'isola italiana. Guardavo le acque blu, in cui danzavano i riflessi del sole. La sabbia bianca era sottile e molto piacevole al tatto. La raccoglievo nel palmo delle mani osservando mentre fluiva lentamente tra le dita come il tempo che scorreva via.
Mi sdraiai e chiusi gli occhi. Davanti ai miei occhi passavano le immagini dell'anno scorso. Perché allora avevo deciso di visitare l'Oriente? Forse perché la vita mi aveva deluso completamente. Nulla poteva darmi soddisfazione: né l'amore, né il lavoro, ne le gite, ne gli amici e neanche lo sport. Ogni anno la vita diventava sempre meno intensa e perdeva il gusto aspro dell'avventura. Mi sembrò che intorno a me ci fosse un teatrino meccanico. Ero quasi soffocata dalla ripetizione monotona dei giorni insensati. Proprio allora avevo deciso di partire per la Thailandia con la voglia di assaporare la saggezza orientale.
Dopo cinque minuti si coricò anche Daniele, mise le mani sotto la nuca e iniziò a raccontare dell'inverno passato. Disse di aver preso sei chili e per questo a marzo si era allenato molto facendo bodybuilding. Anche perché era il capitano di una bagnarola e doveva per forza essere in perfetta forma.
Da lontano sentivo le parole “pesi, bicipiti, tricipiti”; ascoltavo la piacevole musica del mare ricordando i suoni simili del golfo di Siam, e di nuovo volavo via con la mente in quel monastero dove avevo vissuto per sei mesi.
Ancora per mezz'ora Daniele continuò a raccontarmi i pettegolezzi del borgo, ed io invece udivo solo le canzoni degli spiriti del mare.
Mettendosi al volante il mio amico accese il motore e con aria indecisa disse:
"A proposito stasera ceneremo in compagnia di una mia conoscente."
"Conoscente?"
"Si, è una mia amica cubana."
"E la fidanzata?"
"La fidanzata è partita per un po' di tempo."
Io strinsi le spalle. Il suo comportamento comunque non mi sorprendeva, anche perché ultimamente egli era sempre circondato dalle donne. Spesso gli capitava di avere due amanti contemporaneamente, ma la faccenda non lo preoccupava affatto, perché con il suo temperamento di macho latino avrebbe potuto accontentare una piccola fabbrica al femminile. Daniele allacciò la cintura di sicurezza e mi chiese seriamente:
"E tu hai un fidanzato?"
"Il fidanzato non ce l'ho."
E' questa era pura verità. Avevo un boy friend, ma non pensavo di sposarlo. Proprio da lui ero scappata in Thailandia, perché non stavamo bene ne insieme e tanto meno separati e questo mi faceva soffrire. Lontana da lui mi sentivo sola, ma quando eravamo insieme non facevamo altro che litigare. A questo punto avevamo deciso di lasciarci per un po'. Alcuni momenti mi mancava tantissimo, però cercavo di rassegnarmi. Così un giorno avevo condiviso il mio stato d'animo con i miei amici. Uno di loro era in partenza per Bangkok. Allora avevo pensato di andarci anch'io. Almeno potevo distrarmi un po'. Proprio quel giorno qualcuno mi aveva detto che l'attaccamento ad un'altra persona creava tutti i problemi. Sparita la dipendenza scomparivano le contraddizioni.
Avevo chiesto una aspettativa dal lavoro. Siccome in quel periodo lavoravano gli studenti praticanti che insegnavano religione, l'amministrazione mi aveva concesso un mese di ferie. Era vero che proprio nell'attaccamento consisteva il mio problema principale. Da una parte mi sentivo viva e contenta quando il mio boyfriend mi stava accanto, dall'altra parte i nostri litigi mi toglievano energia. A questo punto avevo deciso di vivere per un paio di settimane in Oriente. Di seguito avevo chiamato il direttore per far prolungare le mie ferie. Dopodiché era iniziata l'estate e così ero rimasta in Tailandia per un lungo periodo.
"Un'ora di esercizi quotidiani ti darà risultati inimmaginabili, non devi fare altro che praticare". Con queste parole mi aveva salutato il mio maestro. Tornata a casa, lo stesso giorno avevo subito chiamato il mio fidanzato. Per alcuni giorni avevamo vissuto una vita da favola e col tempo avevo dimenticato tutte le mie pratiche orientali. Dopo era iniziato tutto da capo, i rimproveri reciproci, le offese, i litigi. Egli aveva cominciato a stancarmi, mi torturava l'anima.
In uno di questi giorni infernali mi aveva chiamato Daniele proponendomi di fare la guida turistica sulla sua bagnarola. Senza pensarci un attimo avevo accettato. Provavo il desiderio di cambiare la mia situazione e di tornare alle pratiche meditative. Avevo pensato che era meglio meditare in un posto dove c'è mare, montagna, aria fresca e il canto degli uccelli. Così avevo chiesto le dimissioni dal collegio.
Ero partita senza lasciare nessun recapito al mio amante. Dovevamo riposarci l'uno dall'altro, ma sapevo che il nostro amore ormai era agonizzante. I cocci di un sentimento non potevano essere riuniti, ma quell'attaccamento di cui non riuscivo a sbarazzarmi mi torturava. Questa volta avevo pensato di liberarmene per sempre. Avevo tutta un'estate davanti a me.
Finalmente arrivammo alla fattoria di Daniele. Dall'ultima volta non era cambiato niente, la stessa casetta gialla, la stessa terrazza con un camino e un letto nell'angolo. Il suo giardino era pieno di abeti giovani cresciuti un po', l'orto era rigoglioso e si notava la cura che la sua fidanzata gli dedicava. Il suo cane nero trascurato, vedendomi, cominciò a scodinzolare.
"Ricordami il nome del tuo cane!" chiesi a Daniele prendendo in mano la mia borsa.
"Flox." Rispose.
"Se mi permetti faccio subito la doccia." Gli dissi mettendo i bagagli sul mio letto.
Dopo un'ora una donna cubana entrò in casa e mi lanciò uno sguardo presuntuoso. Mi salutò con superbia. Con l'aria da padrona di casa cominciò a darsi da fare in cucina. Lei si precipitava dal forno al frigo, dal frigo al tavolo, dal tavolo al piano di cottura. Mi meravigliai come poteva muoversi tanto abilmente con le sue proporzioni così considerevoli. Quando si avvicinava a me, sentivo diffondersi un miscuglio di fragranze e odori strani.
Pian piano mi misi a disfare le valigie, senza fretta ordinavo i miei vestiti e osservavo lo svolgersi della situazione. Daniele si sedette al computer, apri la sua posta elettronica e mi chiamò con aria misteriosa. Decise di impressionarmi con le foto pittoresche delle sue amanti che continuavano a scrivergli. Fu molto fiero di quella sua collezione e soprattutto del fatto che egli possedeva tutte queste femmine. Alcune addirittura erano foto osé. Anche Mary si avvicinò per vederle scuotendo la testa e sorridendo con un'aria di approvazione. Visto che non era gelosa, capii subito il suo ruolo nella vita di Daniele.
Avevo intuito che dopo la nostra cena romantica, il mio amico voleva rimanere da solo con la sua invitata. Così per non disturbarli chiamai il mio vecchio conoscente. Riccardo era un campione nel campo delle relazioni pubbliche di quella cittadina. Egli sapeva tutto e di tutti. L'anno scorso mi aveva fatto conoscere molta gente.
Sentita la mia voce Riccardo si rallegrò e dopo mezz'ora venne a prendermi. Sua moglie faceva la cassiera in un supermercato. Era una sempliciotta amichevole. Alcuni anni fa gli aveva detto che non lo desiderava più. Da quel giorno non avevano più fatto l'amore. Non avevano neanche i figli e dunque il povero Riccardo, dopo aver imbiancato l'ennesimo soffitto, cominciava a gironzolare per la cittadina alla ricerca di avventure. Non compresi subito perché mi disse che nel night si esibiva una nuova spogliarellista, facendo certe cose che facevano perdere al pubblico il dono della parola. Dopo di che si lamentò del fatto che la sua amica Lola l'aveva lasciato, partendo per il suo paese. Aveva vissuto a casa sua, accudendo il suo padre malato e cucinando anche. E a volte, quando la moglie di Riccardo non c'era, faceva sesso con lui.
La moglie nonostante il suo intelletto limitato aveva intuito la faccenda. Secondo Riccardo, lei non avrebbe dovuto rinunciare al suo dovere coniugale. Certamente le casalinghe spettegolavano di quel legame, sottolineando soprattutto la loro differenza d'età di vent'anni. Comunque sua moglie si era rianimata un po' dopo la partenza di Lola e per il futuro prossimo aveva rinunciato ad avere una collaboratrice domestica.
Passate due ore ritornai alla casa di Daniele. Si sentiva l'odore di fritto misto e dell'atto sessuale recente. I protagonisti, come se niente fosse, erano seduti a tavola, sorseggiando vino rosso. Guardando le loro facce rilassate, capii che l'incontro aveva avuto un buon esito. Certamente potevo immaginare da dove veniva questa Mary. Anche perché il mio amico, quando voleva conoscere una donna nuova, si recava sempre nel night, dove loro erano sempre disponibili per una certa somma.
Dopo un po' la silenziosa Mary si affrettò per andarsene. Perché, come mi spiegò Daniele, doveva lavarsi, truccarsi e prepararsi per il suo lavoro notturno.
Passati dieci minuti, ci sedemmo sul divano e, guardando la tv, cambiavamo i canali cercando qualcosa di interessante. Passata mezz'ora di chiacchiere banali, presi il libro che stavo leggendo e mi coricai sul mio lettino. Daniele chiese:
"Cosa leggi?"
"Coelho."

Un incontro strano
Gino sapeva di non piacere alle donne. Basso di statura, molto robusto, con le braccia corte e le gambe grosse, quasi calvo e con la testa di una forma strana, lui creava alla gente una impressione poco piacevole. Tutta la vita aveva vissuto con la madre e adesso , dopo aver compiuto quarantadue anni, si recava in viaggio all'isola di Capri, come sempre con la mamma, oltre che con un gruppo di turisti del suo paese. Si rendeva conto che la sua vita non sarebbe cambiata mai.
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un incontro strano

Gino sapeva di non piacere alle donne. Basso di statura, molto robusto, con le braccia corte e le gambe grosse, quasi calvo e con la testa di una forma strana, lui creava alla gente una impressione poco piacevole. Tutta la vita aveva vissuto con la madre e adesso , dopo aver compiuto quarantadue anni, si recava in viaggio all'isola di Capri, come sempre con la mamma, oltre che con un gruppo di turisti del suo paese. Si rendeva conto che la sua vita non sarebbe cambiata mai.
Lui era un po’ filosofo e capiva che in linea di principio dopo i quarant' anni è quasi impossibile cambiare il proprio carattere, il proprio destino. E questo voleva dire che era ormai designato a girare sul cerchio chiuso della sua vita noiosa. Certamente avrebbe potuto fare uno sforzo enorme e cercare di lasciare questo cerchio.
Ma Gino era un po' pigro e la sua vita si muoveva per inerzia. Ma che razza di vita era !!! Una vita monotona e noiosa. Ma in generale che cosa è la vera vita? In ogni caso non quella esistenza melancolica che conduceva nel suo piccolo paese. Almeno cosi pensava la gente che lui conosceva. Gino aveva dei soldi, о ne aveva abbastanza come pensava lui stesso.
Anche se ultimamente lui non lavorava, aveva fatto una fortuna durante i cinque anni nei quali aveva gestito una modesta cartoleria.  Spendeva pure poco,  come si possono  spendere dei soldi se non hai ne moglie, ne figli, ne tanto-meno un’amante, о un hobby particolare о un qualsiasi desiderio fondamentale. Gli interessi bancari gli bastavano per garantirsi tutte le cose necessarie e la mamma aveva un appartamento che affittava ad una giovane famiglia.    
Gino e la mamma abitavano alla periferia del paese. Molto raramente si liberavano dalla loro vita noiosa e partivano per un viaggio. Anche in un viaggio lontano, pur essendo persone riservate e poco comunicative, nel pulman si sedevano vicini e di tanto in tanto si scambiavano delle impressioni. Gino si rendeva conto della sua immagine poco decorosa, ma non faceva caso alle donne e non parlava con loro. Allo stesso tempo nella sua memoria c'era una frase che ricordava fin dalla gioventù. "Quando neghi qualcosa ti senti infelice." Lui ignorava le donne e quindi, negava il loro diritto di esistere, almeno nella sua vita. E veramente lui si sentiva infelice.
Negli ultimi dieci anni di questa vita mediocre, come pensavano i suoi vicini, aveva letto tanto, cercava di trovare le risposte alle sue domande fondamentali. Ma ci deve essere un senso anche alla sua vita grigia. Grazie alle sue numerose letture Gino cominciava ad apprezzare le varie correnti filosofiche, più di tutto gli piaceva l’esistenzialismo. I libri di Sartre e Camus lo confortavano. Trovava un fascino masochistico nel vivere la sua solitudine e alienazione. La sua vita era assurda e Gino aveva la sensazione che il mondo che lo circondava gli fosse estraneo. La sua vita non aveva senso. Gli avvenimenti accadevano e da lui non dipendeva niente. Ma nonostante la sua solitudine non si sa perché, si sentiva libero e andava avanti senza cambiare niente.
L’ultima sera della loro vacanza andò a salutare il mare. Gli piaceva questa isola, questo porto соn una enorme quantità di barche. L'aria notturna dei pellegrinaggi lo emozionava. Austeri francesi, vistosi spagnoli con l'aria importante troneggiavano sulla poppa dei loro yacht bianchi e assaggiavano bevande molto costose; osservando la gente che passava davanti con superiorità. La folla dei vacanzieri batteva il tempo col piede ascoltando la musica di un’orchestra bizzarra. I bambini giravano intorno alla piazza sui monopattini che ora andavano di moda. La gente si rilassava. Nessuno lo guardava, nessuno lo indicava con un dito, nessuno lo seguiva con lo sguardo e nessuno gli gridava dietro "mostro". Così lo chiamavano spesso nel suo paese natale, quando le compagne di classe non gli davano tregua.
Passeggiando sul lungomare Gino entrò in uno dei numerosi bar. Dentro si ascoltava della pop-music. Ordinato un bicchiere di vino, si accese una sigaretta e si concentrò sui propri ricordi. Purtroppo non era nato bello. II suo soprannome era Orco. Nessuno voleva mettersi vicino a lui. Durante la pausa delle lezioni non usciva di classe perché non voleva trasformarsi in un oggetto delle infinite risate. Se veniva un maestro nuovo e vedeva per la prima volta la sua testa che assomigliava ad un uovo, il suo fisico mal fatto, il maestro doveva nascondere il sorriso. Delle ragazze non se ne parla neanche. Le bambine, le ragazze, le donne lo ignoravano sempre. E così non aveva ancora goduto delle gioie dell’amore. E non gli restava altro che sognare. Quante volte si immaginava questo incontro, quante volte si tormentava ricordando gli episodi commoventi dei film, quante volte si domandava: "Ma perché nella mia vita non c’è 1'amore?". Gli piaceva leggere i romanzi medievali nei quali 1'amore era descritto in un modo romantico e appassionante. I momenti dell’intimità, come lo emozionavano questi momenti, come lo affascinavano, che forte desiderio richiamavano dentro di lui... Che fare... Un desiderio irrealizzato.
Lui non voleva una donna sconosciuta, sarebbe stato molto facile, bastava pagare e affondarsi nell'oceano della passione. Lui voleva un amore vero, un amore favoloso. Un amore tale che per tutta la giornata aspetti l'incontro con trepidazione e quando guardi la tua amata e tutto si gira dentro, allora uno sfioramento leggero richiama le onde del tremore dolce in tutto il corpo. Non aveva un idea del perché la sorte fosse stata cosi crudele con lui. Gli sembrava di non essere mai stato cattivo con la gente, e di aver commesso pochi peccati in questa vita.
Gino neanche si era accorto di come lei fosse apparsa vicino a lui. Proprio come il soffio della brezza lo rinfrescò, questo sottile profumo, profumo di donna. La vicinanza di lei lo fece inebriare, ma lui pur consapevole della propria figura un po’ strana non permise di alzare gli occhi e guardarla.
Come sta? - la voce di velluto di questa estranea lo fece quasi svenire.
Si, senza dubbio la domanda era rivolta verso di lui. L'esperienza nei rapporti con le donne gli mancava del tutto. I pensieri gli correvano in testa, accavallandosi uno sull’altro, ma non  riuscì ad inventarsi niente di spiritoso. E ha risposto in un modo un po’ strano:
« Sto ancora »,  solo adesso ebbe  il coraggio di guardare in faccia la sua interlocutrice.
Una giovane donna lo guardava negli occhi. Ma in che modo poteva attirare la sua attenzione? L'unica donna con la quale lui comunicava ultimamente era sua madre, che a quest'ora dormiva stanca dalle intense impressioni del viaggio. La pausa cominciava a diventare lunga. II suo intuito gli diceva che la donna aspettava da lui qualche azione. Probabilmente se non dimostrava subito il suo desiderio di continuare il discorso, lei semplicemente se ne sarebbe andata. Decise di prendere iniziativa.
«Le posso offrire qualcosa da bere? » - voleva essere galante.
«Con piacere», - sulle sue labbra apparve un sorriso misterioso.
Volendo fare un’ottima impressione, decise di ordinare una bottiglia di spumante. Sembrava che la donna leggesse i suoi pensieri. Lei sorrise di nuovo. Lui non sapeva come interpretare questo sorriso un po' strano. Gli mancava l’esperienza in questioni amorose.  Non sapeva neanche di cosa parlare. Come lui trascorre le sue giornate? Lei si sarebbe stancata subito di questi discorsi. Ma cosa c'è d’interessante nella sua vita?
Ogni mattina faceva colazione con la mamma. Fino a pranzo leggeva i giornali e guardava la TV, dopo pranzo leggeva i testi dei suoi filosofi preferiti. Dai libri dei mistici era venuto a conoscenza che ogni persona ha il suo angelo-custode.  Pensava che lui di certo non ne aveva nessuno, altrimenti la sua vita si sarebbe svolta diversamente. Questo pensiero ha cominciato a coltivarlo sempre più spesso e decise di inventarsi il suo angelo.
A volte veniva a trovarlo un conoscente. Anche questo soffriva di solitudine e non aveva amici. Cosi cenavano in tre. Quando fuori si oscurava Gino usciva. Adorava passeggiare da solo, fino a tarda ora. Sulle strade c’era poca gente e nessuno rideva del suo fisico mostruoso. Camminava e camminava, guardava le luci che si accendevano nelle finestre, guardava la luna, le stelle e pensava a se stesso. Si chiedeva che razza di essere era lui, dove era stata la sua anima quando non era ancora nato. Continuava a guardare il cielo stellato. E gli veniva un pensiero che la finestra di ogni casa da' non solo sul cortile, ma anche sullo spazio aperto. Piano piano lui incominciò a parlare con il suo angelo inventato. Gli raccontava delle sue sensazioni, delle sue emozioni, del suo passato, delle sue piccole gioie. E quasi ogni giorno gli chiedeva un consiglio su come andare avanti, ma l'angelo invisibile taceva.
Allo stesso tempo considerava che la sua vita vuota e monotona era abbastanza piacevole perché si sentiva libero. Ai tempi, di quando aveva la ditta, li ricordava come un brutto sogno. Quella non era la vita di una persona ma di un robot. Un robot che dalla mattina alla sera comprava, vendeva, cercava i clienti, incontrava la gente, telefonava, rispondeva al telefono, teneva la contabilità; e di sera quando tornava a casa cadeva dalla stanchezza e si addormentava, sognando di svegliarsi in un altro mondo, nel mondo della gioia e dell’amore.
Dopo cinque anni di questa corsa verso la ricchezza all'improvviso aveva sentito una tale insensatezza della sua vita, una tale insoddisfazione, che nonostante il denaro guadagnato, vendette la sua ditta. E solo in quel momento si senti libero. E piano piano comincio di riflettere su un problema filosofico di tutti tempi e popoli. E quel problema lui lo riassunse così: vale la pena di vivere la vita о no? E alla fine dei conti penso che vale la pena se nella vita c’è l’amore. Dunque, decise di festeggiare e le chiese: “Posso offrirle un po’ di spumante? Gino si accorse sul suo viso della gioia fuggevole. Si vedeva che era lieta che lui volesse continuare la loro conoscenza.
Lei rispose:
“Preferisco un succo di frutta. Un inizio cosi sfortunato lo fece sentire in imbarazzo. E di nuovo fu assalito dei ricordi. E vero che nella sua vita non c'era l'amore. E lui non sapeva neanche cosa volesse dire l'amore. Nessuno lo amava. Da bambino sognava di avere il papà. Il papà con cui poter giocare, pescare, passeggiare, parlare delle sue paure. I suoi compagni adoravano i propri padri e tutti giorni parlavano delle piccole avventure e dei giochi allegri. Solo lui non aveva mai niente di raccontare. Come gli mancava il papà.
Gino invito la donna a sedersi al suo tavolo e per la prima volta ebbe il coraggio di guardare per qualche secondo nei suoi occhi. C'era qualcosa che l'ipnotizzava, che l'incantava. Gino non poteva capire cosa precisamente. Contemplando nel profondo dei suoi occhi capi che da quel momento un'altra vita lo aspettava. Una vita nuova, una vita vera.
Rifletteva di che cosa avrebbe potuto parlare con questa estranea. Non voleva condurre discorsi superficiali, ma lui voleva che lei restasse con lui almeno per una mezz’ora. Cera qualcosa in lei che lo attirava e lui voleva dividere con lei i suoi pensieri e le sue emozioni. Però dubitava che lei sarebbe stata interessata ad ascoltare il suo sfogo.
“Gino, sono venuta per te”, -   pronuncio lei con una voce magica.
“Che cosa?” - Gino era imbarazzato, non sapeva come reagire a queste parole.
Come faceva a sapere il suo nome? Nella sua testa correvano i frammenti dei pensieri e lui continuava a guardarla con perplessità. Lentamente lei gli prese la mano. Da tale intimità gli giro la testa e chiuse gli occhi per un istante.

*           *          *

Nicola si guardava nello specchio e si pettinava. Finalmente oggi lo aspettava un attesissimo appuntamento con Sara. Da due settimane gironzolava attorno a questa bella ragazza. Per lui due settimane erano un'eternità . Di solito nessuna donna poteva resistere al suo fascino . Le donne stesse gli saltavano addosso dopo due o tre giorni di conoscenza: era galante, non molesto, allegro. Le donne si illudevano di condurre il gioco ma era lui che magnanimamente permetteva che rimanessero in questo inganno. Sapeva che dopo qualche giorno per lui la storia romantica sarebbe finita con una strana stanchezza e piena sazietà, sensazione che ultimamente provava dopo i suoi rapporti intensi con le donne. All'inizio le acute sensazioni dei primi appuntamenti lo attraevano. Sembrava che fosse una persona prediletta a cui era concesso di assaggiare un'estasi infinita. Con il passar del tempo capi che lo scenario delle sue avventure notturne si ripeteva con una precisione terribile. E non riusciva più a provare niente di nuovo. Questo passatempo diventò per lui una routine noiosa e seccante che non prometteva niente di interessante .
Tuttavia non era abituato ad essere respinto. Nonostante i suoi trentaquattro anni era ugualmente spiritoso e irresistibile come dieci anni prima quando per la prima volta sali sul palcoscenico per fare il primo spogliarello. Grazie al suo hobby della danza classica aveva un fisico perfetto e si muoveva aggraziatamente. Terminata la scuola fece gli studi alla facoltà di filosofia per tre anni. Dopo si mise a lavorare come agente commerciale. I suoi genitori si interessavano poco della sua vita, dato che non andavano d’accordo assolutamente. Ogni tanto si arrabbiavano, poi facevano la pace, ma lo stesso si irritavano di continuo. Forse per questo a quattordici anni Nicola si interessava di problemi psicologici e leggeva Michele Montagne. Dopo passo ai libri di Freud . Col passar del tempo accertò che alla base delle azioni umane si trova 1'energia sessuale. E ora applicava quella conoscenza con successo nella propria vita.
Quindi durante la sua adolescenza Nicola era riuscito a capire molte cose da solo. Era intelligente e dopo due anni di discoteche e serate con i compagni smise di fumare e si preparo per gli esami universitari. Meno male che aveva un amico con la testa sulle spalle. Avevano fatto gli studi insieme, anche se i soldi come sempre mancavano.
Una volta quel suo amico gli parlò di un night club per donne. Gli disse anche che si poteva guadagnare un bel po’ dei soldi con lo spogliarello. Nicola ci rifletté, dato che i soldi per lui rappresentavano la libertà. Immaginò per un attimo il suo futuro come spogliarellista ma alla fine dei conti lascio perdere. E il giorno dopo si recò al direttore di quel club. Fu fortunato. Per lo spettacolo mancava una persona. E poi nel suo sguardo c’era qualcosa di seducente, qualcosa di adatto per un tale lavoro. E Nicola lo sapeva. Dopo una settimana aveva già firmato il contratto e si mise a comporre il suo programma individuale. Le donne lo avevano accettato con entusiasmo. Strillavano guardando la sua danza erotica. Gridavano delle oscenità, gli dicevano indecenze, lo palpavano quando lui ballava nella sala.
Col tempo Nicola comincio ad odiare queste donne affamate di sesso, i loro occhi brillanti dall'eccitazione, le mani sudate, le voci che gli davano sui nervi. Quante ne aveva viste nel suo letto e ora quanta avversione gli facevano! Dieci anni di esperienza come spogliarellista non sono uno scherzo. All’inizio lo attirava il denaro che gli elargivano per ogni spettacolo, ed evitava i contatti diretti con la clientela. All'epoca aveva una ragazza che voleva sposare. Lei lo amava e lui lo sapeva. Ma Nicola le nascondeva quel lavoro vergognoso ma nello stesso tempo ben pagato.
E un giorno successe quello che doveva succedere. Una signora di età avanzata gli propose cinquecento euro per la notte. E lui non poté resistere alla tentazione. Ormai i soldi lo facevano ubriacare più del fisico femminile e quello era solo l'inizio. II suo letto non si raffreddava ancora dalla notte precedente che una nuova ospite già bussava alla porta, e una giostra infinita dei piaceri sessuali continuava il suo ciclo. La sua ragazza, dopo aver saputo dei divertimenti notturni del fidanzato, dapprima non ci credette. II giorno che lei venne nel club per vederlo con i propri occhi lo spettacolo non c'era. Nicola era però nella sala e, abbracciando con disinvoltura una bionda cinquantenne, metteva in modo inequivocabile le mani sotto la sua camicia. La scena non lasciava nessun dubbio e la fidanzata lo lascio lo stesso giorno.
Con il passar del tempo Nicola capi che le donne avevano bisogno non solo del sesso ma anche di calore umano, di un discorso amichevole, della comprensione e che il contatto fisico era quasi l'ultima cosa. Questi particolari non lo interessavano più. Era diventato cinico. Le donne si innamoravano di lui e lui rideva, gli scrivevano i messaggi e lui li buttava via, gli affidavano i segreti del cuore e lui spettegolando li raccontava ai camerieri. Sapeva della sua capacità di attrazione e continuava ad usarla.
Soltanto Sara era diversa. Due settimane fa lei era stata assunta come barista. Solo lei non faceva caso al fascino di Nicola. E finalmente oggi non aveva rinunciato al suo invito al pranzo. Lui aveva deciso di portarla in uno dei ristoranti francesi fuori città. Da due lunghe settimane cercava di conquistarla ma non ci era riuscito. Forse era solo perché ormai era abituato ad avere a che fare solo con donne in vendita.
Suona il cellulare. E' Sara. E' successo qualcosa con la macchina e lei gli chiede di andare a prenderla. Nicola corre a rotta di collo verso casa sua. Finalmente oggi questa ragazza permalosa sarà tra le sue braccia. Non si può dire che gli piaccia da morire, ma lo eccita soprattutto il fatto che lei non fa caso alla sua lingua tagliente e al fisico sexy, i sorrisi seducenti di un bell'uomo che non conosce sconfitte non la influenzano. Mette in moto la sua Ford. Non ha importanza, prima о poi, lei sarà a letto con lui. Accelera pregustando con quali occhi furbi lui l'avrebbe guardata l'indomani. E tutto il personale avrebbe capito che neanche lei aveva resistito tanto e ormai si era aggiunta all'elenco della collezione di vincite sessuali.
Meno male che non c’è tanto traffico. Bordeggia abilmente tra le macchine. Pochi minuti e la vedrà. Lasciata la città alle spalle corre a briglia sciolta. Suona il cellulare. Nicola ricorda di averlo gettato sul sedile accanto insieme col giubbotto. Senza guardare lui fruga nelle tasche, ma non lo trova. II telefono continua a squillare. Gira la testa e solleva il giubbotto. II telefono è caduto giù dalle sue pieghe e continua a squillare. Forse è di nuovo lei? Raccoglie 1'apparecchio e mentre se lo porta all'orecchio guarda la strada. Mamma mia! Da dove è apparso questo bambino che ora si trova a circa cinque metri davanti la macchina? Troppo tardi per frenare. A destra si vede un fossato profondo. Senza pensare bruscamente sterza a sinistra. Sfortunatamente c'è una curva. Con la coda dell'occhio lui si accorge che a grande velocità procedeva verso un camion enorme. "Ho fatto qualcosa di sbagliato" - era il suo ultimo pensiero.

*             *            *

Gino riapri gli occhi. Era solo. II bar stava per chiudere ed i clienti se ne erano già andati. Sul tavolino due bicchieri di succo. E' possibile che abbia sognato tutto questo? E' possibile che ci fosse stata quella estranea? All'improvviso senti la sua voce dietro le spalle: "Ti abbiamo mostrato la tua vita precedente e in questa vita ne cogli i frutti". Lui si girò ma dietro non c’era nessuno…

VIAGGIO IN FRANCIA
piccolo romanzo

Lui era come tutti quanti. Aveva moglie, figli, casa e lavorava in una grande città. Ma era insoddisfatto: gli mancava la cosa più importante, l’amore. E quando l’amore non c’è, una persona non può essere felice. Un giorno gli chiesero: ”Vorresti rinascere un’altra volta?”. Lui rispose in modo categorico di no. Quella era la risposta di una persona infelice, solo la gente felice vuol essere immortale. Ma dopo gli avvenimenti che gli capitarono durante gli ultimi sette anni, sentiva che presto avrebbe scoperto il mistero della vita. Ancora uno sforzo, e il velo gli sarebbe sceso dagli occhi: sapeva già cosa bisognava fare.
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VIAGGIO IN FRANCIA
piccolo romanzo

Lui era come tutti quanti. Aveva moglie, figli, casa e lavorava in una grande città. Ma era insoddisfatto: gli mancava la cosa più importante, l’amore. E quando l’amore non c’è, una persona non può essere felice. Un giorno gli chiesero: ”Vorresti rinascere un’altra volta?”. Lui rispose in modo categorico di no. Quella era la risposta di una persona infelice, solo la gente felice vuol essere immortale. Ma dopo gli avvenimenti che gli capitarono durante gli ultimi sette anni, sentiva che presto avrebbe scoperto il mistero della vita. Ancora uno sforzo, e il velo gli sarebbe sceso dagli occhi: sapeva già cosa bisognava fare.
 
Qualche anno fa Pino lasciò sua moglie. Aveva capito che gli era divenuta assolutamente estranea, ma continuarono a vivere assieme per abitudine. A volte gli pareva che fosse tardi per cambiare qualcosa. Da un bel po’ di tempo non avevano più niente in comune, eccetto la figlia Lisa. Questa, del resto, aveva ormai la sua vita piena di passioni e divertimenti giovanili, e preferiva non intromettersi nei rapporti tra i genitori. Pino non ricordava nemmeno più da quanti anni non si parlava né a pranzo né a cena. Ciascuno faceva la propria vita: sua moglie guardava la televisione e Pino fingeva di navigare su internet. Mentre in realtà i suoi pensieri vagavano nel lontano passato. Bisogna ammettere che si sposarono solo perché lei era rimasta incinta. Così la loro vita comune si dovette solo alla stupida passione sessuale, che volò via dopo appena un anno. Era da quasi vent’anni che Pino pagava per quel attimo di passione. Solo dopo lunghi anni di noioso matrimonio, Pino comprese Tolstoj che consigliava di non sposarsi mai.
 
Da piccolo Pino sognava di diventare alto. Sua madre gli faceva mangiare polenta d’avena tutti i giorni. Lui odiava quella polenta, ma voleva crescere e la mangiava. In prima elementare gli diedero il soprannome di “Piccino”. Però, non si sentiva inferiore agli altri e voleva dimostrarlo a tutti i costi. Dopo un anno diventò il primo della classe, ma questo non lo consolò.
Compiuti nove anni, Pino capì che la polenta non sarebbe stata più d’aiuto, e venne iscritto in un istituto per bambini con problemi di crescita. All’epoca le scuole del genere andavano di moda. Il loro allenatore parlava delle zone di crescita delle ossa e della colonna vertebrale, le quali, tramite specifici esercizi, potevano venir allungate. Pino praticava quegli esercizi in modo fanatico e passava la maggior parte del suo tempo tra salti, stiramenti, sospensioni tese e rovesciate. E davvero dopo un anno riuscì a crescere di quattro centimetri e dopo due anni di altri quattro. Ma cosa vogliono dire quei pochi centimetri quando i tuoi coetanei sono più alti di te di  una testa intera? Così lasciò quella scuola. I suoi amici crescevano e a lui non rimase che rassegnarsi e accettarsi cosi com’era: piccolo e triste.
Quando terminò l’istituto commerciale dove nel frattempo fece la conoscenza della sua futura moglie, diventò ragioniere. Dopo la nascita di sua figlia Pino si sentì padre di famiglia e questo gli diede una certa sicurezza nella vita, ma lo stesso continuò a vivere d’inerzia. Come vivevano molti preoccupandosi solo del pane quotidiano e delle proprie comodità, sicurezze e divertimenti. All’inizio quando sua figlia era ancora di tenera età, le preoccupazioni della vita gli divoravano il tempo. Ma col passare degli anni la vita domestica si stabilizzò.
Pino senti il desiderio di qualcosa in più e cosi quando sua figlia compì dodici anni, decise di andare in Francia in vacanza. Da molto tempo desiderava visitare Parigi e la famosa valle della Loira. Pino amava molto la pittura, l’attiravano i vecchi pittori della scuola francese. Soprattutto adorava i paesaggi pittoreschi di Poussaine, il cielo rosso e blu, i colori smeraldini della natura, freschezza dei sentimenti. Lo ispiravano i personaggi mitologici, sentiva che qualcosa si svegliava dentro di lui come se intorpidisse la sua anima. Per quanto riguarda il fiume Loira e la sua città classica del rinascimento, Pino si promise fin da giovane di visitare quei vivi monumenti.
 
Quella mattina a Parigi faceva bel tempo. Il loro albergo si trovava in centro nel quartiere del giardino Tuileries. La prima cosa che fecero dopo essere saliti nella loro camera, fu d’uscire tutti assieme sul balcone. Quando si viaggia sembra che il tempo si prolunghi e qualche idillio perso rinasca. Il suo cuore cominciò a battere più forte, quando vide la torre Eiffel. Fu preso dalla sensazione statica e inspiegabile di essere già stato qui. E fu subito preso dal desiderio di rimanere da solo.  Dopo la colazione Pino disse:
“Vado a fare una passeggiata…Voi intanto accomodatevi…”
“Secondo te, noi dovremmo rimanere in albergo? “disse Anna. .
“Allora, noi facciamo un giro per i negozi” disse Lisa. “E dopo pranzo andiamo insieme a visitare il Louvre.”
“Buona idea”, affermò Pino.
“Lisa, smetti di saltare e apri le valigie!”, disse Anna in modo secco e stringendo le labbra.
“Abbiamo dieci giorni interi, mia cara, un sacco di tempo per fare ciò che vuoi,“  replicò Pino.
Anna si arrabbiava sempre, quando qualcuno non era d’accordo con lei. Le piaceva comandare. Pino se n’accorse già, quando lei era giovane. Ma se durante i primi anni del matrimonio accettava quel suo comportamento, scherzando e prendendo tutto come un gioco, più tardi capì che per Anna era proprio un chiodo fisso. Quando sua moglie non riusciva a manipolare la gente si sentiva male. Era completamente priva del senso dell’humour e prendeva tutto sul serio. Aveva un carattere possessivo e intollerante.
Passò ancora qualche anno e Pino non ce la faceva quasi più a vivere con lei. Tutte le sere la moglie spiava lui e la loro figlia. Cercava il pelo nell’uovo. La maggior parte delle sue frasi iniziava con la particella negativa “no”. Bisognava avere una gran pazienza per continuare a vivere con lei. Però ora Pino aveva un’immagine ben chiara del vampirismo energetico. Sentiva che lei gli succhiava inconsciamente l’energia vitale, facendo un processo per ogni parola detta. Ora Pino aveva capito che se lui si sarebbe arrabbiato, l’avrebbe nutrita con la sua energia. In pratica avrebbe fatto quello che voleva lei. Anna era talmente angosciata senza queste risse quotidiane che faceva addirittura pena. Pino aveva compassione di lei, come di una persona poco sana di mente.
 
Uscì dall’albergo. Sulle vie parigine si respirava un senso di libertà. Prese la riva sinistra del fiume. C’era nell’atmosfera qualcosa di molto familiare. I gabbiani volteggiavano sull’acqua. Tutto sembrava roseo. Girò sulla via San Michele. Udì mormorare in lingue straniere. Incredibilmente ogni svincolo gli fu familiare. Ecco la stazione Monparnas. Era tutto incomprensibile. Sentiva intuitivamente che aveva già visto tutto questo. Ma come poteva essere possibile?
Vagava come nella nebbia tra le strade affollate, che lo portarono sui Champs Elysees. Li gustò tutto il fascino della capitale francese. Con la vista appannata guardava auto costosissime andare avanti e indietro, ristoranti di lusso che richiamavano con le loro insegne. Luminose boutiques alla moda che lo attiravano con le loro vetrine colorate. E le donne eleganti, belle e graziose, donne che conoscono il loro valore, rilucendo come perle nella folla. Proprio lì Pino sentì una decrescenza per questo mondo spensierato. Erano passate quasi tre ore, così fece ritorno all’albergo.
“ Papà noi abbiamo già comprato un tour”, esclamò la figlia, quando lui entrò nella camera. “Qui nell’albergo c’è un’agenzia turistica”.
“Non urlare come una pazza”, disse Anna provandosi un cappellino davanti allo specchio.
“Dove andiamo?“  s’interessò Pino, aprendo il minibar.
“Non toccare niente, qui costa tutto un occhio della testa”, reagì subito la moglie.
Lisa tirò fuori da una borsa di plastica una bottiglietta d’acqua e la diede al padre.
“Dopodomani partiamo per una gita di due giorni. Visitiamo i castelli medioevali di Orleans e Bloix. Che ne dici?”
“Che brave donne! A che ora si parte?”
“Alle sette di mattina. Si viaggia in pullman”.
Pino si mise in poltrona e schiacciò il pulsante del telecomando. Si ricordava abbastanza bene la lingua francese che all’epoca aveva studiato a scuola. Trasmettevano uno show di varietà. Si rese conto che comprendeva quasi tutto. Anna si sdraiò sul letto matrimoniale e si mise a sfogliare una rivista per donne. Guardando spesso l’orologio in un modo nervoso. Lei si sentiva sola e abbandonata. Come si sa la solitudine più insopportabile si sente, quando ti trovi in compagnia della gente. Dopo dieci minuti lei non ce la fece più e domandò nevrotica:
“Non ti sei ancora stancato di guardare queste sciocchezze? Andiamo a pranzare?”
“Con piacere”.
Pino fece l’occhiolino a Lisa, spense la tv e si alzò. Non gli andava di fare discussioni.
“Allora, care le mie donne, che programma abbiamo?”
“Prima il pranzo e dopo il Louvre,” gridò Lisa e si mise a saltare di gioia.
Lei odiava, quando i genitori litigavano.
“Non saltare come una pazza”, reagì Anna con l’aria scontenta.
 
Mangiarono nel ristorante dell’albergo. Poi decisero di camminare sul lungo fiume della Senna. Sembrava una famiglia felice che passeggiava tranquillamente. Una famiglia da invidiare. Da fuori, le cose non sono quasi mai come sembrano. Nessuno può leggere nel cuore dei passanti e capire cosa succede veramente nel profondo della loro anima. La gente ha imparato a portare le maschere per coprire i loro veri sentimenti.
Ecco che davanti a loro, in tutta la sua bellezza stese le ali il Louvre. Il più bel museo della Francia che colpisce per la sua grandezza. Si misero in fila.
“Papà che dici se vado a comprare una guida turistica? Altrimenti ci perdiamo…” disse l’instancabile figlia.
“Ma, non ci serve… Che senso ha spendere del denaro”, brontolò Anna.
“Tieni”, disse Pino allungando una banconota a Lisa.
E aggiunse guardando Anna tranquillamente:
“Qui ci sono sei direzioni. E siccome è la prima volta che siamo qui, ci serve una cartina”.
Anna si accigliò. La pregustazione dell’incontro con i tesori dell’arte mondiale non migliorò il suo stato d’animo. Nel frattempo lei faceva i conti, pensava a quanto c’era da spendere ancora.
E più tardi quando si trovarono davanti al quadro di Leonardo da Vinci, lei osservava invidiosamente, abiti eleganti ed i gioielli costosissimi. Per lei l’arte non esisteva. Nella sua anima pulsavano le vibrazioni della scontentezza di se stessa che gli soffocavano tutte le cose belle della vita.
“ Papà perché la Gioconda sorride in quel modo?” chiese Lisa con vivacità incredibile.
“In che modo?”
“Come se conoscesse qualche mistero?”
“ Il mistero dell’amore, per esempio”. Pino espresse quel pensiero che aveva da tempo.
“Secondo te nell’amore c’è un mistero?”
“ L’amore per se stesso è un mistero. Un mistero silenzioso”, aggiunse Pino
“Boh…”.
“Guarda il paesaggio. Assomiglia molto a quello lunare”.
“E allora…”
“ Mi sembra che sia un’allusione”.
“In che senso?“, insisteva Lisa.
“Per esempio, le persone umane sono i figli della luna… Essa spesso influisce sul loro stato    d’animo…”.
“Non dire sciocchezze”, esclamò Anna.
 
Per tutta la giornata ammirarono i capolavori del museo. Per un po’ si fermarono nella galleria grande dove Pino, restò incantato davanti ai personaggi mitologici di Poussaine. Davanti alle sue stagioni della vita umana, davanti all’eccellenza delle immagini di Orfeo e Euridice, e si fermò anche davanti ai “Pastori di Arcadia”.
“Che quadro squallido”, borbottò Anna.
“Papà, che cosa c’è scritto sulla tomba?”, chiese la figlia, prendendo Pino per mano.
“C’è scritto “Anch’io vissi in Arcadia”.
“È per questo motivo che i pastori sono così tristi?”
“Certamente, questa scritta li aveva rattristati. I pastori avevano capito che tutto prima o poi avrà una fine”.
Nel frattempo la figlia si era già distratta, guardava un gruppo di giapponesi che scattavano foto ininterrottamente. È vero che alla sua età la vita sembra eterna, pensò Pino. Ed in quel momento sentì una voce da dietro le spalle:
“Anch’io vissi in Arcadia”.
Pino pensò che qualcuno stesse leggendo la scritta sul quadro. Si girò e vide un signore ben vestito e con gli occhiali che lo guardava pensieroso. Le sue parole erano rivolte senza dubbio a Pino, visto che lì vicino non c’era più nessuno.
“Scusi, come ha detto?”, chiese Pino con imbarazzo.
“La tolleranza è la chiave di tutte le porte”, disse l’estraneo e s’inchinò.
Pino si guardò in giro cerando la moglie e la figlia, che nel frattempo si erano già allontanate di parecchio. Di nuovo guardò quel signore, il quale gli sorrise e sussurrò:
“La meditazione è la chiave del cuore”.
Pino, imbarazzato, pensava: “Cosa vorrà mai questo tizio?” All’improvviso quel signore gli fece l’occhiolino e se ne andò via.
“Papà, papà dove sei”, chiamò la figlia da lontano.
“Arrivo! Dove si va ora?”
“ Alla sala egiziana!”
“Perfetto”.
Si ricordò che all’età della figlia anche lui s’interessava molto all’antico Egitto. Ma qualche cosa dentro di lui gli sussurrava che i faraoni sapevano più di quanto lasciarono detto per iscritto. C’era un ineffabile mistero nel loro culto. Camminarono tra sculture, bassorilievi e statue. Pino pensava a quello strano tipo e alle sue parole. Che cosa era stato? Un segno del destino? Mai nella sua vita aveva sentito parlare della meditazione.
Il giorno dopo la famiglia si recò, come da programma, nella valle della Loira, famosa per i suoi giardini meravigliosi. Quanti libri Pino aveva letto su questo paese e sui suoi castelli! Il suo interesse inspiegabile sbalordiva Anna, che nella vita si occupava solo delle cose materiali. Pino intuiva che durante questi giorni avrebbe potuto accadere qualcosa d’insolito.
 
Il programma del viaggio era molto ricco.  Arrivarono solo a mezzogiorno ad Orléans. Dopo aver fatto un giretto al centro storico si fermarono a mangiare sulla via Reale vicino alla piazza. Dopo pranzo il gruppo di turisti risalì sul pullman, pregustando l’interessante escursione. Pino si mise vicino alla figlia, le fece vedere un monumento e le chiese:
“Sai cos’è quello?”
“Giovanna d’Arco, vergine di Orléans” , rispose Lisa fiera della sua conoscenza. “Ha liberato la città dall’assedio”.
“Brava! E che assedio era?”
Anna si girò brontolando:
“Lasciala in pace. Siamo in vacanza!”
“Lo so, lo so!”, esclamò Lisa. “È stato durante la guerra con l’Inghilterra”.
La guida turistica accese il microfono. Pino si ricordò che aveva letto un libro su Giovanna d’Arco. Lei, diciannovenne, scrisse una lettera al Re di Francia in cui chiedeva di poter capeggiare il popolo per salvare la città. Il Re credette nelle sue capacità e le affidò anche l’esercito per la missione. Ma anche il popolo confidava che Giovanna li avrebbe salvati. In ogni caso era una storia mistica.
 
L’ambiente verde chiaro tranquillizzava, mentre la voce della guida faceva addormentare. Così Pino sprofondò nei propri pensieri. Davanti al suo sguardo passavano palazzi, chiese e guglie. E lui, ascoltando il proprio cuore, si sentiva come se fosse tornato nel proprio passato. Il paesaggio era così famigliare. Dopo aver visitato il museo delle belle arti cenarono in un ristorante tipico, poi fecero ritorno alla camera d’albergo.
Il giorno dopo, scendendo lungo la Loira verso Bloix, il pullman passava davanti a paesaggi pittoreschi. Tigli, abeti scuri e castagni rosa si riflettevano nel fiume e davano alla gita una sensazione trascendentale. I turisti tacevano, colpiti dalla bellezza di quei parchi magici, ricoperti di margherite e gelsomini. Ed era impressionante anche la grandezza di quei palazzi, ricoperti d’edera blu.
“Signori”, disse allegramente la guida turistica, “Ci stiamo avvicinando alla periferia di Bloix. Oggi visiteremo quattro castelli. Però all'una ci sarà la pausa pranzo.
Passeggiarono per i viali ombrosi dei castelli, ammirando i loro giardini eleganti e meravigliosi, con rose stupende e magnolie in fiore, scrutando le meravigliose vedute del grande fiume francese. Pino sentiva scorrere qualcosa dentro di se, sentiva come se nel suo corpo rinascesse un'energia interna. L'escursione stava volgendo al termine e mancava solamente un'altra tappa. Passando attraverso un incantevole parco con aiuole colorate, si fermarono vicino alle mura di un palazzo. Scesi dal pullman si raccolsero tutti attorno alla guida che continuava a parlare del Rinascimento francese. Pino si allontanò e non ascoltò quasi nulla. Poi appena entrò nel palazzo sentì un odore famigliare, qualcosa toccò la sua memoria e fu assalito da una miriade di ricordi appena percettibili. Guardava i tappeti olandesi, i mobili medioevali, gli specchi antichi e sentiva stringersi il cuore. Qualcosa aleggiava nell'atmosfera di quel castello, qualcosa che lui conosceva molto bene.
Mentre il gruppo continuava lentamente a visitare il pianterreno, Pino rimase ad osservare lo scalone con sculture graziose e quadri enormi. Erano i ritratti della famiglia di corte. Rimase colpito da uno splendido quadro bordato da una cornice d'oro, vi era raffigurata una bella donna e Pino ne rimase ipnotizzato. Quante volte l'aveva sognata senza sapere chi fosse, ed ora, all'improvviso, questo ritratto.
Pino sentì che si stava avvicinando alla comprensione del suo sogno. Proprio mentre la voce della guida, pian piano si allontanava, ebbe un leggero capogiro. L'aria intorno a lui diventò più densa e di colpo tutto l'ambiente cambiò, i turisti sparirono, il castello resuscitò. Sentì sbattere il portone, rumori confusi, voci, lo scalpitio degli zoccoli di cavalli trainanti una carrozza. Intorno a lui i servitori andavano e venivano inchinandosi cerimoniosamente quando incrociavano la sua strada, tutti si affaccendavano, evidentemente si stava preparando una grande festa. Si aprì rumorosamente la porta principale e la signora entrò nel castello. Era proprio lei! La donna raffigurata nel quadro apparve nella realtà ed entrò maestosamente. Lei gli rivolse subito la parola e lui capì immediatamente che era tornato nel passato: quello era il suo castello con tutta la servitù.
 
Quando riacquistò i sensi, Pino era stato adagiato su una poltrona e lo stavano scuotendo per le spalle. Quanto tempo era passato?
“Come stai papà?” chiese Lisa preoccupata.
“Certo che a lei l'arte francese suscita una grande impressione”, disse la guida. “E caduto come in trance d'avanti a quel dipinto… A dire la verità il ritratto è capace di trasmettere impressioni davvero forti. E spettacolare!”
Pino taceva, colpito da quel viaggio nel passato. Ma come poteva essere accaduto? Che cosa significava? Fu un'esperienza sbalorditiva.
Per tutto il viaggio di ritorno non proferì parola. Anna lo guardava sconcertata tamburellando le dita sulla borsa. Era successo qualcosa a cui lei non riusciva a dare una spiegazione e quindi non poteva nemmeno rimuginarci sopra. Lisa s’addormentò subito, era esausta per tutte le emozioni della lunga giornata. Anche Pino, quando arrivò in hotel, saltò la cena e si mise subito a letto. Per l'ennesima volta i suoi pensieri tornarono al castello. Si poneva sempre la stessa domanda, che cosa significa? Ma la risposta non c'era.
 
Quella notte fece uno strano sogno. Dormiva nel proprio letto in una posizione scomodissima, voleva alzarsi, però non poteva. Poi fece uno sforzo, si staccò dal letto e all'improvviso vide che il suo corpo era rimasto là e lui invece era in piedi, di fianco, che lo guardava.
Il giorno dopo la famiglia ritornò a Parigi. Furono altri quattro giorni d’infiniti piaceri parigini. Girarono per la città visitando musei, mostre e caffetterie. Il giorno dopo sua figlia scorrazzava allegramente senza accorgersi del cambiamento dello stato d'animo di suo padre. Mentre la moglie lo guardava con diffidenza e non riusciva a comprendere il suo silenzio. Pino era continuamente assorto nei suoi pensieri. L'avvenimento del castello non lo lasciava in pace un solo istante. Da quel momento la sua vita aveva acquistato un'altra qualità. Tuttavia decise di non raccontare a nessuno di quel’evento inspiegabile. Lui stesso non avrebbe creduto ad una storia del genere.
 
Quando ritornarono a casa, Pino si sentì come sotto ipnosi. Riviveva spesso quello strano avvenimento e ogni volta scopriva qualcosa di nuovo. Voleva capire cosa gli stava accadendo. Ora, leggendo i giornali, faceva più attenzione alle storie in cui le persone vivevano un fenomeno simile. Prima considerava come fantasie questa sorta di passaggi in buchi temporali. Continuando a fare ricerche in Internet, trovò la storia riguardante il castello ed i suoi abitanti. Venne così a sapere che il conte aveva fama di persona imperiosa, crudele e sofferente di manie di grandezza. Pino capì che lui e il conte erano la stessa persona. Com'era possibile? Allora l'anima del conte ora riviveva dentro al suo corpo? Era del tutto incredibile.
 
La vita andava avanti. Era ormai stanco della presenza di Anna, non ce la faceva più. Avrebbe voluto andare a divertirsi con gli amici, però non ci riusciva più. Si facevano sempre gli stessi discorsi, i soliti pettegolezzi e spesso si ricreavano le stesse situazioni. Ricordò le parole di un filosofo: quando una persona vuole uscire con gli amici, spesso è perché non può sopportare di stare da sola con se stessa. Quando uno è insoddisfatto della propria compagnia, va a cercare qualcuno con cui parlare. Succede spesso che sia più facile sopportare un altro, nonostante i suoi difetti, che sopportare se stessi.
Fu allora che Pino iniziò a non avere più paura della solitudine. Voleva entrare nel profondo della propria anima. Un giorno lesse che il carattere di una persona si formava in seguito agli avvenimenti che accadono nei primi quattordici anni di vita. Così un adolescente crea nella propria mente un mondo immaginario e decide da solo che cosa è la vita e come rapportarsi con la gente. Poi per tutta la vita gode i frutti del proprio comportamento.
Finito di lavorare, Pino non voleva rientrare in casa ed errava per le vie ricoperte di foglie gialle, continuava a brancolare nel buio del passato. I suoi genitori erano proprietari di una pizzeria, ci andava sempre dopo la scuola, si sedeva in un angolo della cucina per non disturbare il cuoco. Gli piaceva come preparava abilmente la pizza ed altri piatti. Così da bambino, osservando il cuoco, imparò a cucinare molte cose. A dodici anni cominciò a fare l'aiuto cuoco. Da quel giorno, a casa, cucinava sempre lui. E quando qualcuno andava a trovarlo cercava di fare del suo meglio. I suoi amici profetizzarono per lui una gran carriera nella ristorazione. Ma la fortuna volle diversamente.
 
Pino andò in una libreria. A quel ora c'era poca gente. Si fermò davanti al reparto dell’esoterismo. Guardava distrattamente i titoli: "Yoga", "Lezioni di zen e buddismo", "Meditazione e Taoismo". La mistica era entrata nella sua vita e secondo lui era arrivato il momento giusto per leggere qualcosa d’adatto. Sfogliava le pagine e prendeva un libro dopo l'altro. Cercava qualcosa che fosse sulla stessa onda della sua anima e all'improvviso lesse una frase che lo colpì: "La meditazione può creare una situazione in cui è possibile entrare in un mondo sconosciuto". Era destinato ad entrare proprio in quel mondo. C'era già stato in Francia. Così decise d’acquistare quel libro.
 
Passarono sei anni, ma non più in automatico come i precedenti. Al contrario, erano anni di ricerche, di nuove sensazioni e nuove scoperte sorprendenti.  S’inebriava dei libri di Osho. Sentiva che le fibre della sua anima finalmente venivano toccate da qualcosa di autentico. Sentiva di essere finalmente sulla strada giusta. Qualcosa di sovrannaturale entrò nella sua vita. Cominciò a dipingere quadri bizzarri. A volte poteva sentire qualcosa come una soddisfazione totale in tutto quello che faceva. Era una sensazione bellissima il non doversi per forza precipitare da nessuna parte. Durante quei rari momenti Pino si sentiva libero come avrebbe sempre voluto. Circondato dal silenzio e dalla tranquillità, in quei momenti una letizia sottile lo penetrava. Era una gioia simile alla fragranza di una rosa fresca.
 
Una volta la sua ditta diede una serata. Il vecchio amico di Pino si trasferiva alla Costa Azzurra e parlò di una signora nobile che cercava un cuoco che s’intendesse di piatti esotici. Di colpo Pino sentì delle fitte nel plesso solare. Qualcosa nel subconscio gli annunciava che era la sua chance. Una chance per lasciare la routine dei giorni monotoni. Telefonò. Rispose il segretario dicendo che la signora sarebbe stata assente per qualche settimana.
Pino capì che era giunto il momento della svolta nella sua vita. E continuava a praticare la meditazione dinamica. Sapeva bene una cosa: finché non si riesce a buttare fuori tutta la negatività del passato, finché non si ripulisce la propria psiche dal veleno dell’odio, non sarà possibile godere la vita. L'attesa di un mese gli sembro un’eternità. Ma, si sa, tutto ciò che inizia prima o poi deve finire. A fine settembre Pino telefonò ancora. Questa volta il segretario gli disse di attendere in linea. I minuti erano lunghi e Pino pensò che nemmeno quella volta sarebbe stato fortunato. Pero’ dopo un po’ una voce di velluto rispose:
“Con chi ho l’onore di parlare?”
“Sono Pino, un amico di un suo conoscente. Ho saputo che lei cerca un cuoco. Così ho deciso di proporle la mia candidatura”.
“Perfetto. Mi spedisca delle lettere raccomandate con il curriculum. Vuole scriversi l'indirizzo?”
Dopo una settimana Pino spedì la busta in Francia. Il suo sesto senso gli diceva che ci sarebbe andato. Era sicuro che lì avrebbe fatto un’importante scoperta. Avrebbe scoperto un mistero della sua vita.
 
Passato un mese, il telefono taceva. Pino decise di aspettare. Non voleva sembrare importuno. Però il tempo per lui si fermò. Decise di lasciare il suo lavoro e lo fece. Così suscitò lo sdegno di sua moglie. Le annunciò che probabilmente sarebbe partito per qualche mese. Non voleva dire per qualche anno, ma ne era sicuro. Non voleva parlare neppure del divorzio per non traumatizzare quella donna con i nervi sempre tesi. Non desiderava nient'altro che cambiare la propria vita e scappare da quella palude che l'aveva quasi inghiottito. Decise di regalare metà dei risparmi alla moglie. Almeno così Anna avrebbe preso meglio la sua decisione d’andarsene.  Per quanto riguardava sua figlia, Pino non si preoccupava: ormai era una studentessa e si era già fidanzata. Poi aveva tanti buoni amici.
Ora, tutti i giorni Pino passeggiava sul lungomare. Ammirava l'acqua azzurra e le nuvole bianche. Rifletteva su una frase appena letta: "Soltanto una persona che è capace di vivere da sola acquisisce la capacità di amare”. Chi non è capace di stare da solo non è assolutamente in grado di amare. Scoprì una cosa importante: che se una persona ha bisogno di un altro, a quel punto l’altro non potrà essere libero. Se dai la libertà al tuo amato, devi affrontare la solitudine del vivere quotidiano. È inevitabile, ma nessuno deve appartenere all'altro. Ognuno appartiene solo a se stesso. 
Pino si mise a leggere poesie. Si sedeva su una panchina nel parco centrale con un libro di Verlaine in mano. E lo leggeva e rileggeva. I suoi versi assomigliavano alla poesia di una mente illuminata. S’immergeva in suoni, immagini, sensazioni sottili.
Alla fine si fece coraggio e chiamò per la terza volta. Il segretario rispose con voce seccata dicendo che la signora era partita per la Thailandia e ci sarebbe rimasta fino a dicembre. Pino riattaccò deluso.
Da qualche parte c'é una vita diversa, una vita scintillante ed appassionante: viaggi, divertimenti, culture nuove. Pino non avendo mai visitato l’Asia aveva un'immagine confusa della vita all'Est. Sapeva solo che la Thailandia era un paese di buddisti. All'epoca leggeva la dottrina Buddista, ma non riusciva a capire come si potesse rinunciare a tutti i desideri. Intorno a lui c'erano sempre molte tentazioni. Voleva assaggiare tutto, vedere tutto, sapere tutto, provare tutto.
 
Passarono quattro mesi dal suo primo contatto con la signora, e a questo punto stava perdendo la speranza. Alla vigilia di Natale la signora telefonò e disse senza tanti preamboli:
“Buongiorno, Pino! Allora lei può venire! Ho esaminato tanti documenti e ho scelto proprio lei”.
E dopo una breve pausa agiunse: “A dir il vero non so nemmeno io il perché. Volendo può iniziare il suo lavoro partendo dalla prossima settimana”.
“La ringrazio”, disse Pino tutto felice. “Arriverò questa domenica“.
“La sua stanza è già pronta, può venire anche prima. Così potrà conoscere la servitù e la casa. L’aspetto. Arrivederci”.
“Grazie. Arrivederci”, disse Pino e riagganciò.
Una gioia ignota lo riempì. Qualcosa iniziava a cambiare, pensò, e si calmò definitivamente. Aveva sistemato tutti i suoi affari già da un pezzo.
 
La sera stessa chiamò la figlia e le parlò della sua partenza. Disse che voleva salutarla.
Quando s’incontrarono Pino l'abbracciò:
“Ciao, piccola! Come va?”
“Va sempre avanti”.
“Cosa fai di bello?”
“Studio e scrivo, scrivo e studio...”
“Che cosa stai scrivendo? “
“Una tesi di psicologia… E tu invece, sei in partenza?”
“Ho deciso di cambiare la mia vita ... Parto per la Francia dove farò il cuoco”.
“Pensa te… Capisco… A dir la verità mi sorprendeva il tuo rapporto con la mamma. Non so come riuscivi a sopportare tutte le scenate che ti faceva…”.
“Ho vissuto con lei solo per te. Non ho voluto che mia figlia crescesse senza il papà. E sai, mi ero abituato così bene che dopo qualche anno non reagivo più a nessuna sua provocazione”.
“Ho pensato molto a voi due… E mi sembra d’aver capito perché la mamma si comportava così”.
“Sul serio? “
“Ti ricordi che studio psicologia? Di certo non sono ancora una professionista… Ma secondo me i suoi genitori la trattavano male… Come se non fosse mai stata amata da loro. E come si può amare, se non sai cosa vuol dire l'amore?”
“Direi che hai descritto perfettamente i rapporti nella sua famiglia…”
“Quindi la mamma si comporta così perché non conosceva né dolcezza né tenerezza”.
“Penso proprio di sì, comunque non fa altro che imitare sua madre”.
“Cosa intendi?”
“ Vedi che fino ad oggi lei ripete le stesse frasi… Si sdegna per gli stessi motivi… Si irrita per le stesse piccolezze…”.
Pino pensò che una persona fa la guerra con gli altri solo perché non vuole combattere con i propri difetti e vizi. Certo, quando una persona è insoddisfatta della propria vita, pian piano comincia a proiettare questa sua scontentezza sugli altri. Inizia a provare aggressività verso tutto il mondo.
“Comunque, c’é un detto: se coltivi qualche abitudine, col tempo diventa un particolare del tuo carattere”, disse Lisa.
“Senza dubbio. Ma ora parlami un po’ di te...”
“Ho gia detto…Continuo a studiare psicologia. Mi piace... In questo momento stiamo seguendo un corso sulle teorie di Freud. Così sto imparando la psicoanalisi. Non ho un’idea ben precisa del significato… Ma  in breve è la rivelazione dei pensieri nascosti nel subconscio.
“Non e' molto chiaro.”
“Insomma, a causa di questi pensieri, una persona comincia a provare diverse paure senza sapere il perché.”
“Non e’ molto semplice… E come va con il tuo fidanzato?”
“Sembra che mi ami. “
“E tu? “
“Per il momento non parlerei dell'amore, ma è un ragazzo in gamba”.
Così chiacchierando, passeggiavano di sera per la città. Quando si lasciarono le regalò un libretto al portatore con una considerevole somma di denaro: voleva garantire alla figlia una vita dignitosa. Secondo la sua esperienza ricordava com’era importante alternare lavoro mentale con divertimenti, lezioni intense con riposo attivo. Così non ci si stanca mai di studiare. Pino le promise di chiamarla spesso.
 
Nonostante la moglie fosse pronta per la sua partenza, osservando la meticolosità con cui Pino preparava le valigie, gli fece una scenata. Poteva sembrare assurdo, ma quella volta fu un attacco di gelosia. Anna pensava che lui la stesse lasciando per un'altra. Sopportare un pensiero del genere sarebbe stato difficile per qualsiasi donna.
“Mi ricordo com’eri impaziente di partire per la Francia”, cominciò velenosamente.
Pino ascoltava in silenzio. Capiva che sua moglie era accecata da pensieri negativi e non ne poteva esimersi. Se una persona ripete sempre le stesse parole, gira e rigira gli stessi pensieri, alla fine ne diventa schiava. Tale modo di pensare diventa un'ossessione.
“Passeggio da solo…. Esco da solo”,  gli urlava. “Com’ero stupida allora ... Non ho capito che c'era una donna di mezzo”.
“Per certi versi hai ragione”, osservò lui con un leggero sorriso.
“Certo che ho ragione ... Come no ... Lui scopriva Parigi da solo ... Ma chi ti crede ... Sei un maniaco!”, continuò Anna con un tono bilioso.
“Ascolta… Almeno l'ultima giornata la potremmo passare in pace?”, chiese stancamente Pino.
“Non impormi la tua volontà”, sbuffò lei. “So da sola come passare le mie giornate. Se vai da una donna puoi anche dirmelo”.
Pino non voleva litigare. Sua moglie gli faceva pena. Il suo sospetto mostruoso stava diventava una vera paranoia. Come si può continuare a discutere con una persona malata? Fatta la valigia le disse:
“Ecco l'estratto del tuo nuovo conto corrente. Ho messo su un po’ di soldi”. Le diede il documento.
Dopo aver sentito del denaro, Anna si calmò. E dopo aver studiato l'estratto, accennò addirittura a un sorriso.
“Che dici se andassimo al ristorante? Così almeno ci salutiamo da amici”, ­chiese gentilmente Pino.
“Perché buttare i soldi al vento?”, s’indegno lei cambiando espressione.
“Ti ho invitata. Significa che pago io.”
“Se sei pieno di soldi, meglio comprarmi un paio di scarpe”.
Pino non rispose. Come sempre tutte le sue buone intenzioni finiscono con la rabbia di Anna.
Uscì da solo e fece una passeggiata per la città, da cui non si era mai era separato.
 
Salì sul treno e chiuse gli occhi. Finalmente si parte. Quarantotto anni dietro le spalle. Lesse da qualche parte che i primi quaranta anni costituiscono il testo della vita, e tutti gli altri sono il commentario. Ed ecco il suo commentario usciva su un giro nuovo. Ricordò la dottrina di Yung, che dopo quaranta anni la vita del cuore cambia. L'interesse verso molte cose si scolorisce. Le preoccupazioni precedenti non interessano più. E si comincia la revisione di tutto quello che è stato fatto.  La persona si allontana dal mondo esterno e si rivolge alla vita della propria anima: comincia a cercare qualcosa di stabile dentro se stessa.
La ricerca che Pino aveva iniziato ormai da molto tempo lo portò a comprendere che qualsiasi cosa lui facesse rimaneva sempre insoddisfatto. E questo lo spingeva a continuare la ricerca. Si diceva sempre: “Non è ancora la vita vera. È soltanto la preparazione per la vita”. La cosa più importante era ancora a lui sconosciuta. Ma che cos’era quella cosa importante che lui non sapeva? Cercava e cercava senza stancarsi.  Pino capì di avere un’anima, la sentiva quando leggeva poesie emozionanti. Oppure quando guardava qualche film in cui l'eroe esprimeva sinceramente i propri sentimenti. Qualcosa si stringeva dentro di lui e lo commoveva, quando assisteva a momenti di vera bontà e compassione. A volte addirittura si sentiva il nodo alla gola.
 
L'autista lo venne a prendere. Chiacchierò ininterrottamente per tutta la strada, parlando delle notizie locali e del cuoco che prima lavorava per la signora e di tanti altri pettegolezzi.
“Da quanto tempo lavora qui, lei?” chiese Pino.
“Da quasi dodici anni. La padrona è buona e paga bene”.
“E suo marito? “
“Purtroppo è morto qualche anno fa. Era un pittore di talento. Ma non gli piaceva stare in compagnia. Si chiudeva nel suo studio e non usciva per giornate intere. Però a casa c'erano sempre tanti ospiti. In ogni caso era una persona autosufficiente”.
Dopo un’ora agitò la mano in avanti e disse:
“Ecco, siamo arrivati”.
 
La villa colpiva per sua magnificenza. Era circondata da siepi coperte d'edera. Il parco ombroso nascondeva, dietro a un denso fogliame, magnifici giardini colorati e statue di marmo. Davanti all’ingresso si trovavano fragili figurine degli angeli. L'autista lo accompagnò in un salotto comodo e spazioso. Antichi tappeti erano appesi alle pareti. Nel camino scoppiettava la legna. Pino aspettava l'incontro con la padrona con una leggera ansia. Dalla prima impressione dipende tanto. Guardando i tappeti non si accorse quando entrò la signora.
“Buongiorno, Pino”.  Lo chiamò con voce morbida.
Si girò. In un primo momento il suo sguardo fu attratto dal suo vestito lussuoso color smeraldo. Ma quando lei fece qualche passo in avanti ed i loro sguardi s’incrocirono, il suo cuore si mise a battere velocemente. Era lei. Non poteva non riconoscerla. Era quella donna che Pino sognava spesso. Faticosamente riuscì a contenere il suo stupore e le diede la mano:
“ Buongiorno, Françoise”.
“Ben arrivato a casa”, disse lei sorridendo. E gli strinse la mano.
Che cosa? Questa frase lo fece vibrare di felicità sin dentro al profondo della sua anima. Pino la guardò negli occhi e sentì come se nel plesso solare qualcosa sobbalzò. Capiva che non poteva raccontarle i suoi sogni, di certo non gli avrebbe creduto. Il suo intuito gli diceva che il destino lo aveva preparato per questo incontro da tutta la vita.
“Molto lieto di conoscerla”.  A parte questa frase banale non riuscì a dire nient’altro.
“Lei e' impallidito ... Come sta? Forse è la stanchezza?”
“No, non si preoccupi. È solo una debolezza momentanea”, rispose lui con la voce sussultante.
Françoise lo guardò intensamente, diventò pensierosa e disse:
“Ho l’impressione di conoscerla da tanto tempo”.
Pino fu stupito dalle sue parole, ma non disse nulla. Sentì che a partire da questi primi minuti della loro conoscenza, si era stabilito un legame sconosciuto. I suoi occhi emanavano una lieve gioia, e la sua presenza gli faceva sentire le vibrazioni della pace. In quel momento entrò un giovanotto.
“Va bene, il mio aiutante Carlo l’accompagnerà alla sua stanza ... S'accomodi pure”.
“Grazie, ci vediamo più tardi”, mormorò Pino seguendo il giovanotto.
 
Fu per lui l’inizio di una nuova vita. Ora passava molto tempo in cucina a preparare i piatti. Voleva mostrare il suo talento culinario nei diversi campi della gastronomia. E ci riuscì.
Aveva pochi contatti. Parlava principalmente con Carlo e con il suo aiuto cuoco. Il segretario gli comunicava il numero degli ospiti, le tradizioni di casa, i gusti di Françoise. Era un giovanotto molto amichevole e qualche volta prendevano il caffè insieme. A volte incontrava la signora nei corridoi, ma non aveva coraggio di attaccare discorso. Non sapeva perché, ma si vergognava. Cosi  passava molto tempo da solo. Se, però, cinque anni fa quando rimaneva da solo si sentiva vuoto, si sentiva proprio una nullità, poco alla volta quella solitudine cominciò a riempirsi. Capì che quel vuoto era divenuto una completezza della vita. Inoltre sentì che traeva gioia non dai contatti esterni, bensì da se stesso. Una sensazione, però, non lo lasciava: doveva agire e in qualche modo doveva fare qualcosa.
 
Quando arrivò la prima settimana libera, a Pasqua, decise di andare un’altra volta a vedere quel castello misterioso. Arrivato a Bloix comprò un biglietto per l'escursione nei dintorni. Nel programma c'era la visita a quel castello. In pullman si rilassò osservando la corrente poderosa della Loira. Guardava il verde delle rive, godendosi quel rilassante paesaggio. I pensieri, però, non lo lasciavano in pace. Quanti desideri aveva da giovane... E nessuno lo portò ad essere soddisfatto. Ora voleva una sola cosa: scoprire il mistero della vita.
Ecco il palazzo affondato tra i castagni fioriti. Pino lo fissò emozionato. Era più attento, questa volta. Notò le decorazioni sui muri massicci, l’eleganza della terrazza, i lampioni traforati.  Tutto diceva la ricchezza immensa e il gusto fine dei padroni precedenti. Ed ecco il salone che conosceva già. Entrò, era l'ultimo del gruppo. Ora non ascoltava più la guida, ascoltava solo il proprio cuore che gli martellava nel petto. Il gruppo saliva sullo scalone ben decorato, Pino invece si fermò giù, davanti al ritratto della contessa. Lo fissò intensamente e di colpo vide che Françoise lo guardava dal ritratto. All'improvviso gli sembrò che fosse viva e che gli avesse fatto l’occhiolino. Gli si oscurò la vista. Cerchi colorati gli lampeggiarono davanti al viso. Il fracasso crescente negli orecchi arrivò al culmine e si sparse. Il cuore gli fremette. In un istante capì che di nuovo si trovava nel passato. Stava vicino alla scala principale e guardava i servi che si davano da fare. Si stava preparando un grande ricevimento. Si spaventò, guardò a destra e a sinistra. E senza sapere che fare cominciò a salire la scala; poi si fermò davanti ad un grande specchio. Si guardò e quello che vide lo colpì come un fulmine. Dallo specchio lo guardava il conte del ritratto. Chiuse gli occhi per un istante senza credere a quanto aveva visto e quando li riaprì, era disteso sul pavimento di marmo. Intorno a lui si affollava la gente preoccupata e ripeteva: "Il dottore sta per arrivare".
 
Quando Pino tornò alla villa, guardò la sua padrona con altri occhi. Allora in quella vita passata Françoise era sua moglie. Ma allora, perché il destino voleva che si incontrassero di nuovo? Una volta Carlo gli disse che il marito della contessa era morto qualche anno fa. Da allora la signora faceva la vita tranquilla di una vedova ricca. Françoise era snella, non molto alta, con un fisico elegante. Nonostante i suoi cinquanta anni, era una donna attraente e molto piacevole. Aveva molti amici. Sicuramente non sapeva niente né della sua vita passata, né della reincarnazione. Però era interessata alla mistica: faceva le divinazioni sui Tarocchi.
Erano passati quattro mesi da quando Pino aveva iniziato a lavorare per lei. Purtroppo si vedevano raramente. All’inizio lei gli aveva mostrato la casa e presentato i servi. Di sé, però, parlava poco. Pino decise di instaurare un’amicizia con lei. Sentì istintivamente che l'ora giusta era arrivata. Parlò con Carlo, e gli chiese se era un problema se lui stesso avesse servito a tavola. Già la sera seguente serviva da solo. La padrona era piacevolmente sorpresa e gli propose di cenare insieme.
“Con grande piacere”, rispose Pino tutto contento da un inizio cosi favorevole. Portò un altro coperto e si mise di fronte a questa signora, ancora sconosciuta per lui.
“Lei è sempre molto impegnato”, cominciò Françoise. “Devo dire che ogni sera mi vizia con qualche piatto esotico”.
“Faccio tutto il mio possibile”, sorrise Pino decisamente.
Prima si stabiliva un contatto emozionale meglio era.
“È davvero bravo. Complimenti! Dove ha imparato a cucinare cosi deliziosamente?”
Pino le parlò in breve delle sue esperienze. Raccontò anche della moglie litigiosa, della sua figlia, dei suoi hobby.
Finito di cenare, Françoise gli propose di visitare la pinacoteca famigliare. Pino accettò con grande gioia.
“Questi sono i ritratti dei membri della mia famiglia”, indicava lei accompagnando ogni quadro con una breve osservazione.
“Qui c’è la collezione dei paesaggi”, continuava lei passando in un'altra sala.
“E queste invece sono le opere dei mio marito. A proposito, ecco il suo autoritratto.” Così completò la rassegna.
Pino perse il dono della parola. Era proprio lui: lo sconosciuto sorridente che vide al Louvre qualche anno fa. Non c'era nessun dubbio.
“Interessante”, mormorò lui. “Spero che un'altra sera parleremo della sua collezione scendendo più nei particolari...”
“A dir la verità potrei parlare per ore intere dei miei quadri preferiti ...”
Pino sentì che era preso da un profondo stupore. Capì che quel incontro parigino non era stato casuale. Quel signore nel museo gli disse qualcosa riguardo alla meditazione... Allora, anche quella era una visione del passato... Allora c'era qualcosa sotto... Dopo quel incontro, la sua vita aveva cominciato un nuovo corso. Ed il primo passo fu l’acquisto del libro. Facendo le meditazioni, pian piano Pino imparò ad osservare i propri pensieri come se fossero i pensieri di un’altra persona. Imparò ad estraniarsi dai propri sensi, ad osservare il proprio comportamento. Però doveva continuare il discorso.
“Françoise, ho sentito che i domestici parlavano della sua passione per le divinazioni”.
“Ma pensa, che chiacchieroni...”
“Se permette, vorrei essere uno dei suoi clienti”, disse e sorrise con sforzo.
La contessa lo guardò con interesse. Da un po' di tempo, nessuno cercava la sua compagnia con tale insistenza.
“Va bene”, rispose pensierosa. “Vuole cenare con me anche domani sera?”
“Sarei molto lieto”, disse Pino, e accennò a un inchino.
All'improvviso gli venne l’idea di piacere alla signora. Poi gli venne un'altra idea: la sua vita stava diventando leggera e piacevole.
 
Il giorno dopo sulla tavola fumavano gamberetti alla tigre, granchi, salse di tutti i colori e appetitose lasagne italiane. Pino superò se stesso. Françoise accese le candele e mise della musica romantica. La cena si svolse in un silenzio solenne. Non gli andava di parlare. Di tanto in tanto si incrociavano con gli sguardi, ma Pino subito deviava il suo. Il suo inconscio gli diceva che qualcosa di profondo  li aveva legati. Preso il caffè, passarono nella sala dei camini. Su un piccolo tavolino incrostato, era già pronto un mazzo di Tarocchi.
“S'accomodi, per favore”, gli indicò la poltrona. “Facciamo una divinazione per il futuro...”
“Mi sta spaventando”, scherzò Pino.
“Devo dire che lei non ha certo l’aria di una persona spaventata”, continuò lei parlando seriamente.
“Françoise, poiché è la prima volta, mi parlerebbe un po' di queste carte?”
“Come desidera”, sorrise gentilmente la contessa.
“Almeno in modo generale”.
“Stasera, allora, parleremo degli Arcani Maggiori”.
Pino sentiva una serenità insolita guardando questa donna enigmatica. E capiva pure che avrebbe potuto imparare tante cose da lei.
“Mai sentito la parola Arcani”, disse lui mentre lei scrutava le carte.
“In breve sono dei simboli”.
“In che senso? Che simboli sono?”
“Ha mai sentito parlare dei culti misteriosi egiziani?”
“Mi scusi ... Ma sono ignorante...”
“In parole povere ... I sacerdoti iniziavano i loro addetti ai segreti reconditi del mondo”.
“In che modo? “
“Svelando il mistero dei simboli”.
“Cioè degli Arcani?”
“Proprio così”.
“Quindi, Françoise, lei conosce un sapere segreto?”
“Soltanto gli iniziati conoscono i segreti della vita”.
Pino immaginava che la realtà dovesse avere i suoi segreti, che il mondo visibile non è tutto, che deve esserci qualcosa al di là delle sensazioni quotidiane. Ma che cosa? La contessa gli mostrò diverse carte. Pino, però, non riusciva ancora a capire il senso delle immagini. Era così complicato cogliere il significato delle spiegazioni. Non riusciva a rimanere concentrato sul suo racconto. Lei s’accorse che era un po' distratto e disse:
“Prende un’altra tazza di caffè? La nostra lezione può anche aspettare”.
“D'accordo”.
“Allora le mostro la mia biblioteca”.
Salirono al primo piano. Intarsiature magistrali, marmo rosa, arazzi blu. Il lusso della villa era stupefacente. Lei riuscì a cogliere il suo pensiero dal  suo sguardo:
“Mio marito era molto ricco. Abbiamo vissuto insieme più di venti anni. Ma purtroppo senza figli. Ma tutto quello che si fa, si fa per il meglio. Lui studiava in una scuola veneziana. Ha vissuto qualche anno in Italia e ha appreso molto dai maestri del Rinascimento. Dopo ritornò a casa. Dipingeva e diventò famoso. Allora la sua casa era sempre piena di gente. Dopo i primi anni mi sono stancata di tutti quei ricevimenti, di quegli strani collezionisti”.
“Ma poi?”
“Dopo quindici anni vissuti così, lui smise di invitare gente. Si chiuse nel suo laboratorio. Non voleva vedere nessuno, parlava solo con me. Mi amava come prima, ma ci vedevamo raramente, di solito solo durante i pasti. Conduceva una vita ritirata e dipingeva”.
“Ma doveva pur avere qualche amico?”
“Da giovane ne aveva molti. Ma col passare degli anni si era stancato della loro presenza, dei loro discorsi banali, li considerava stupidi e leccapiedi...”
“E come vi siete conosciuti?”
“In occasione di una delle sue mostre. Mio padre lavorava in uno dei ministeri: visitare mostre ed esposizioni faceva parte del suo lavoro. Quando vidi Claude per la prima volta mi piacque subito. Sopratutto  mi colpì la sua indipendenza dai diversi pareri. Era talmente sicuro di se stesso… Era così attraente che non sono riuscita a resistere al suo fascino...”
“E lei, Françoise, non ha mai pensato che per lui era un grande onore sposarla?”
“Comunque sia, mi sono innamorata di lui. Quanto abbiamo viaggiato... Mi ha insegnato a distinguere gli spettacolari colori della natura, ad amare la poesia, ad intendermi di pittura ... Mi ha insegnato a far amicizia con la gente… Praticamente mi ha fatto innamorare della vita”.
“Ma non ha detto che viveva quasi come un eremita?”
“Dopo aver compiuto quarantasei anni è rimasto deluso di questo mondo e si è chiuso… Voleva solo compagnia di se stesso. Ma abbiamo mantenuto buoni rapporti per tutta la vita”.
“E lui non condivideva mai i suoi pensieri con lei?”
“Il mio intuito mi diceva che Claude aveva scoperto qualche verità ignota di cui non poteva parlare... Questo mondo non suscitava più in lui alcun interesse...”
Pino si mise a riflettere. Gli sembrava che la vita di questo pittore sconosciuto in qualche modo influisse anche su di lui. Ricordò il loro incontro al Louvre e quella parola “meditazione”. Tutto sembrava quasi surreale. Ma come era possibile che fosse un miraggio? Ma Claude aveva l'aspetto di una persona in carne e ossa. Eppure, allo stesso tempo era già morto da qualche anno. Pino ricordava i quadri visti nel castello medievale. Veramente erano dipinti di un grande maestro.
Era tardi, quasi mezzanotte. Ringraziò la contessa per la serata e si lasciarono. Di notte non riuscì a dormire. Nella sua testa correvano pensieri che andavano avanti indietro indipendentemente dal suo desiderio. Erano brani di qualche frase, discorsi, esclamazioni di gente che lui nemmeno conosceva.
 
La mattina seguente, dopo aver dato gli ordini per la cucina, uscì a fare una passeggiata. La brezza tiepida accarezzava piacevolmente il suo viso. Camminava lungo la spiaggia e ricordava diversi momenti della sua vita che, tuttavia, non era così ricca di emozioni e gente interessante come quella della contessa. La sua, piuttosto, assomigliava ad un continuo dovere. Prima nei confronti dei genitori, poi del capo, poi della famiglia. Non si godeva la vita, al contrario, era sempre impegnato, doveva sempre fare qualcosa. Allo stesso tempo, tuttavia, sentiva che quella non era ancora vita vera, era solo una specie di preparazione. Ora, finalmente, sentiva che la vera vita aveva cominciato a pulsare nel suo cuore. Decise di visitare un'altra volta quel castello. Forse avrebbe scoperto ancora qualcosa ...
Ritornando a casa si accorse che la contessa era seduta con un libro in uno dei chioschi in giardino.
“Buongiorno”, disse gentilmente.
“Bonjour”, rispose lei in francese. “S'accomodi”.
Pino si accomodo’ su una seggiola dal sedile impagliato e si guardò intorno. Nel giardino dondolavano giovani pini, lungo la siepe fiorivano oleandri rosa. Cantavano uccelli invisibili. Prima, non s’era mai accorto della bellezza della natura. In compagnia della contessa si sentiva molto bene. Lei  chiese con voce serena:
“Da dove viene?”
“Ecco... Ho fatto due passi pensando al nostro discorso di ieri. Se ha tempo ascolterei volentieri ancora qualcosa a proposito ai Tarocchi”.
“L'altra volta ho dimenticato di raccontarle della loro origine”.
“Mi ricordo solo che le carte rappresentano dei simboli. Sarebbe interessante sentire la storia della loro origine”.
“Dunque... Ai tempi in cui l'Egitto stava per subire l’invasione dei barbari, i sacerdoti compresero che il paese avrebbe dovuto arrendersi e fecero una riunione. Discussero su come conservare la dottrina segreta di cui erano in possesso. Alla fine uno dei saggi si alzò e disse pressappoco così: "La maggior parte della gente è, per sua natura, viziata”. Purtroppo, qualsiasi sapienza può venir trasformata in qualcosa di pericoloso. Quindi, propongo di trasformare i simboli della nostra dottrina in carte, in pratica in carte da gioco. E così, questo gioco d'azzardo venne tramandato nei secoli da una generazione all'altra. Nessuno saprà quale profondo mistero è conservato in questi simboli. Così è stato formato un mazzo di settantotto carte.
“Ma in un mazzo da gioco ce ne sono cinquantaquattro”, disse Pino pensierosamente.
“È vero, sono state ritirate ventidue carte, gli Arcani Maggiori, e in seguito altre due carte vuote che erano presenti nel mazzo”.
Dopo aver taciuto un istante Pino chiese:
“Ma che dottrina segreta può mai essere racchiusa in queste immagini?”
“Soltanto gli iniziati hanno l'accesso a questi misteri”, rispose Françoise brevemente. “Allora, Pino, facciamo la divinazione?”
“Non saprei... Lei è sicura di non star perdendo il suo tempo con me?”
“Non si preoccupi. Va tutto a meraviglia.”
“Allora sono tutto orecchi. “
La contessa sorrise e disse:
“Allora che vuole sapere? Dobbiamo porre una domanda precisa: amore, carriera, figli, finanze.
“Va bene, ecco la mia domanda: che mi aspetta nel futuro?“
Françoise separò lentamente i Tarocchi. Ne pose sette a semicerchio sul tavolo, poi, guardò attentamente le carte che erano uscite. Dopodichè osservò Pino. Poi di nuovo esaminò le carte e disse stupita:
“Non credo ai miei occhi! Stamattina mi sono fatta la stessa divinazione e sono uscite le stesse carte…”
“Che vuol dire? “
“Penso che sia un segno del destino. Ma non riesco a capire. I Tarocchi dicono che noi abbiamo avuto lo stesso passato, ora abbiamo lo stesso presente, e ci aspetta lo stesso futuro. Che ne dice?”
Pino non avendo la più pallida idea del futuro che gli aspettava, ma considerando gli avvenimenti successi al castello, disse:
“Può anche essere la verità”.
“Ma non è possibile, ci conosciamo appena…”
“La fortuna ci ha fatto incontrare di nuovo”.
“Non la capisco”.
 Françoise lo osservò attentamente.
Pino non rispose. Si alzo lentamente e si guardò intorno. Non credeva nelle divinazioni, ma in quegli ultimi momenti qualcosa era successo. Cercò di ricordare le teorie di Yung, che un tempo lo avevano appassionato. In particolare pensava al concetto della sincronicità, ovvero quelle coincidenze inspiegabili della vita. Forse i Tarocchi rappresentano quegli archetipi dei quali parlava il grande filosofo. Può darsi che le carte siano i simboli, la cui combinazione determina il presente ricavando dall’inconscio un sapere che aspetta solo d’essere liberato.
Pino disse con aria affaticata:
“Scusi, mi sento un poco stanco… Se permette vado a riposare”.
“Va bene… A domani!”, la contessa lo guardò perplessa.
Pino si alzò e si diresse verso la sua stanza. Voleva mettere in ordine i propri pensieri. Forse valeva la pena raccontarle del castello. Forse poteva avere un senso andarci insieme la prossima volta. Forse dovevano sposarsi di nuovo. Pino andò a letto profondamente turbato. Aveva un sogno ricorrente: era come chiuso in una grande gabbia, camminava dentro, cercava l’uscita, provava a piegare le sbarre di metallo, e d'un tratto trovava una piccola feritoia e, piangendo dalla gioia, ci passava attraverso. Ma non appena si trovava dall'altra parte e si alzava in piedi, capiva che si trovava in un’altra gabbia, di cui bisognava trovare la via d'uscita. Questa situazione si ripeteva all’infinito. Per l’ennesima volta si svegliava assolutamente disperato.
Anche quella notte visse lo stesso sogno. Questa volta, tuttavia, il finale era diverso. Dopo essersi lasciato alle spalle ancora una gabbia, si trovò su un prato verde. Stava sul quel prato spazioso, sotto la luce di un sole estivo ed ammirava camomille e fiordalisi fioriti. Guardava il cielo sereno e provava una sensazione di libertà mai sentita prima. Questa sensazione assomigliava molto alla felicità. L'intuito gli suggeriva che finalmente i problemi erano stati risolti e si era riuscito a riunirsi con Madre Natura.
 
Si svegliò molto presto e rimase a letto con gli occhi chiusi pensando al suo sogno. Come un filo tirava dalla sua memoria i piccoli dettagli delle sensazioni che aveva provato poco prima.  Il sesto senso gli diceva che era vicino alla comprensione suprema. Ricordò la divinazione del giorno precedente. Anche quella era simbolica. Capiva perfettamente che passato in comune potevano avere avuto loro due. Il presente lo vivevano insieme già da qualche mese. Ma per quanto riguarda il futuro? Cosa voleva dire quella frase?
Quel giorno si dedicò agli affari. Ma durante weekend si mise di nuovo in cammino. Ed ecco di nuovo Bloix: per la terza volta comprò il biglietto per lo stesso itinerario. Turisti ce n’erano pochi, soltanto alcune coppie anziane. Ecco come sempre l'ultima fermata e l'ultima escursione. Entrò nel castello senza accorgersi della gente, senza ascoltare le spiegazioni della guida. Seguendo il proprio intuito camminava lungo il muro e, all'improvviso, sentì un sussurro appena percettibile: "Ci rivediamo presto". Guardò intorno, ma non c’era nessuno vicino. Il gruppo si era allontanato parecchio.
Pino alzò gli occhi sul quadro davanti al quale si trovava. Lo sconosciuto del Louvre lo stava scrutando sorridendo. In questo stato di shok, Pino saliva lungo lo scalone dorato e, senza guardare allo specchio, girò a sinistra. Si trovò in una lussuosa sala azzurra. Ai muri erano appese le tele pittoresche.
Si fermò al centro dell’enorme sala e si guardò intorno, colpito dalla magnificenza. Di colpo gli si annebbiò la vista. Sentì un lieve capogiro. La sala cominciò a girargli intorno. Sentì che stava per perdere conoscenza. All'improvviso il muro gli si aprì innanzi, e davanti al suo sguardo, cominciarono a visualizzarsi come diapositive le immagini del suo passato più remoto. Tornei cavallereschi, ricevimenti mondani, consigli bellici, feste pompose, fuochi artificiali. Pino si sentiva partecipe di tutti quegli avvenimenti. Eccolo tutto fiero caracollare davanti ai soldati. Eccolo, tutto arrabbiato, pronunciare un discorso nel Salotto Grande. Eccolo, mentre parla bruscamente con sua moglie. Ecco che grida presuntuosamente durante un consiglio bellico. Sentiva che era colmo di disprezzo verso la gente. Sentiva che la rabbia gli ribolliva dentro quando qualcosa andava contro i suoi interessi. L'ira scoppiava quando i suoi desideri non si realizzavano...
 
Gli fischiavano le orecchie. Pino aprì gli occhi e si ritrovò in ambulanza. L'infermiera lo guardava attentamente misurando i battiti del cuore. Dopo un po’, si mise a sedere e guardò fuori dal finestrino. La macchina si avvicinava alla città. Pino disse che stava già meglio e che doveva andare a casa. Chiese di fermarsi davanti alla stazione e tornò alla villa in uno stato di stupore. Senza parlare a nessuno, andò nella sua stanza e si sdraiò sul letto. Dopo qualche minuto si alzò e si mise a camminare avanti indietro. Come un flash nella sua mente, gli lampeggiò il pensiero che in questa vita lui stava pagando per il suo passato, per la sua presunzione, per la sua ira, per la sua rabbia, per l’arroganza. Pagava con le sue sofferenze quello che prima, grazie a lui, avevano passato le altre persone. La giustizia si era ristabilita. Capì che era stato dotato di bassa statura per la sua mania di grandezza; che il carattere di sua moglie non era casuale e che lui doveva subire la stessa rabbia ed intolleranza che, a sua volta, aveva provato verso l’altra gente. Comprese che, in linea di principio,  veniva trattato così come lui aveva trattato gli altri nella sua vita precedente.
Pino pensò che, sicuramente, aveva già pagato ciò che aveva fatto nella sua vita precedente. Troppo infelice era stata la sua vita. Non poteva dimenticare nè le parole di Françoise, né la sua divinazione. Sapeva che avevano avuto il passato in comune, ed i suoi viaggi al castello lo confermavano. Poteva essere d'accordo col fatto che avevano il presente in comune, dato che da un po’ di tempo vivevano sotto lo stesso tetto. Lo tormentava il pensiero del futuro in comune. Sul serio doveva fare il cuoco per lei per tutta la vita? Oppure alla fine dovevano sposarsi? Gli girava la testa, con tutti quei pensieri.
 
Quella sera, per la prima volta nella sua vita, decise di farsi lui stesso una divinazione. Coprì la tavola con una tovaglia verde, aspettò la mezzanotte, accese la candela e prese i Tarocchi fra le mani. Seduto a tavola non poteva non sentire che qualcosa di mistico stava bussando alla sua porta.
“Prima faccio per me”, borbottò mescolando le carte. “Userò il metodo più semplice ... Allora, come sarà il mio futuro?”
Scelse una carta a caso e la mise sul tavolo. Aprì il libro e lesse: "Trasformazione". Ccosì era stato interpretato il significato di quella carta. Si mise a pensare, in che senso trasformazione? Il cambiamento? Ma di cosa? Che cosa si poteva cambiare alla sua età? Idee, pensieri, convinzioni? Non riusciva a svelare il senso di questo Arcano.
“Va bene, non importa”, disse a se stesso. “Ora faccio la divinazione per lei”.
Quella volta mescolò le carte a lungo e molto minuziosamente.
“Va bene ... Ora”,  mise i Tarocchi sul tavolo e decise di non andare a caso, ma di scegliere la tredicesima carta. La prese in mano e per un po’ di tempo non riuscì a girarla. Finalmente, molto, molto lentamente, la girò e la mise davanti a sé. Era la stessa carta: “Trasformazione”.
Pino soffiò sulla candela e si alzò lentamente. Tutto coincide. Si coricò lentamente sul divano.
“Domani parlerò con Françoise”, disse a se stesso addormentandosi stremato.
L'indomani, durante il pranzo, iniziò dicendo:
“Françoise, volevo dirle una cosa ... Da quando sono arrivato ho una strana sensazione come se noi ci conoscessimo da molti anni.
“Questo pensiero qualche volta è venuto anche a me”,  disse lei, in modo evasivo.
“Lei crede nella reincarnazione?”, chiese Pino improvvisamente.
“Ho letto molto su questo argomento ... Pero è difficile credere a qualcosa finché non ne abbiamo fatto esperienza, vero?”, lei lo guardò attentamente.
“Mi sono convinto di una cosa: nella vita precedente noi eravamo marito e moglie”.
La contessa lo guardò negli occhi con diffidenza e chiese direttamente:
“Ha delle prove?”
“Ne ho, e vorrei mostrarle anche a lei”.
“Mi sembra sia una cosa curiosa“. Françoise sorrise in modo ambiguo: “Forse lei si riferisce alla mia divinazione”.
“Anche questa è una delle prove”.
“Ma è troppo poco per credere.”
“Lo so”, disse lui e aggiunse: “Vorrei invitarla ad una gita ... Però mi prometta di non fare nessuna domanda finché non saremo sul posto”.
“Tutto questo mi sembra molto misterioso”, sorrise di nuovo. “Allora dove andiamo?”
“Verso Parigi”. Per il momento Pino decise di non raccontarle delle visioni che aveva avuto.
“Buon idea ... Anche perché è da lungo tempo che sto a casa, quasi senza uscire”, si rallegrò Fransuase.
“Propongo di partire domani: passiamo una notte a Parigi e la sera seguente arriveremo alla meta del viaggio”.
“Va bene, devo soltanto avvertire l'autista”.
Dopo pranzo lei propose:
“Facciamo due passi per il giardino?”
“D'accordo”.
 
Passeggiavano sotto i castagni e si parlavano come se avessero aspettato solamente quel giorno per raccontarsi le cose più intime. Le rose fragranti guardavano loro da tutti le parti e sembrava che anch'essi avessero ascoltato le effusioni dei due cuori.
L'orologio suonò le quattro del pomeriggio. Senza accorgersi del tempo che passava, Pino continuava a parlare dei guai passati durante l’infanzia, delle sue sfortune, delle beffe dei compagni di scuola. Parlava del suo sfortunato matrimonio, dei continui pretesti della moglie per litigare, dei problemi con la suocera. Ricordava le indelicate allusioni dei colleghi alla sua lentezza e al suo carattere chiuso. E di nuovo soffriva ricordando gli scherzi della gente a proposito della sua statura. Pino apriva il proprio cuore raccontando della sua gelida solitudine in famiglia, in ufficio, nella vita. Raccontava anche che, dopo aver compiuto quaranta anni, quando ormai non aveva più nessuna speranza di essere in armonia con il mondo, un giorno si era rivolto al mondo invisibile e tutte le sere, prima di addormentarsi, ringraziava Dio per il giorno vissuto. Raccontava come aveva cominciato a frequentare la libreria. Sembrava che una mano ignota lo avesse condotto verso i libri della saggezza. Come per la prima volta aveva scoperto la “meditazione”, parola a lui sconosciuta. Spiegò come incontrò quel tizio al Louvre, e come aveva intuito il fatto che si trovava sulla strada giusta. In quel periodo della sua vita aveva letto molto, e bisogna dire che quasi tutti gli autori scrivevano a proposito della pratica meditativa e sottolineavano come fosse l’unico modo di conoscere e capire se stessi. Aveva cominciato a praticarla un poco alla volta, senza farsi vedere. Françoise ascoltava senza interrompere. Sembrava che anche lei stesse ricordando la propria vita.
 
Verso le cinque si fermarono davanti al castello, dopo aver deciso di non passare per Parigi. La cassa del museo era ancora aperta, ma non si vedevano turisti in giro.
“Che giardino favoloso”, esclamo Françoise, osservando le aiuole fiorite.  “Forse, finalmente, mi rivelerà il segreto del nostro viaggio?”
“Senza dubbio”.
Entrarono nell'atrio. Pino la prese per mano. Si avvicinarono lentamente allo scalone dorato. Senza parlare cominciarono a salire. Trattennero il respiro sentendo che stava per accadere qualcosa di straordinario. Si fermarono davanti allo specchio.
D'un tratto, in un istante si spensero tutte le luci del castello. Tutto venne avvolto da un buio profondo. Françoise, senza dire una parola, gli strinse la mano. Intorno a loro regnava un silenzio indescrivibile. Restarono fermi e stupefatti. Pino non avrebbe saputo dire quanto a lungo rimasero cosi, forse un minuto forse, invece, qualche ora. La cognizione del tempo sparì. All'improvviso, si videro scintillare nel buio delle piccole luci. Queste si avvicinarono lentamente verso di loro come fossero un turbine. Le scintille ballavano davanti ai loro occhi una fantastica danza del fuoco. Sembrava che nel mondo non esistesse nient'altro a parte queste stelline divampanti che giravano davanti a loro sottoforma di spettacolari cascate di luce. Non subito si resero conto che furono già trovati sotto il cielo aperto. Una pioggia scintillante li accerchiò da tutte le parti, un vortice d'oro dolcemente li staccò dalla terra e cominciò a sollevarli soavemente su nell'aria. Pino e Françoise, incantati da uno spettacolo mai visto, continuavano a tenersi per mano. Più tardi non furono neanche sorpresi quando i loro corpi fosforescenti volavano nell'alto sopra Parigi. Dopo un istante, un potente vortice di luce dorata li fece girare a una velocità enorme e li portò direttamente verso le stelle baluginanti.
“I Tarocchi hanno detto la verità”, pensò Pino, volando nello spazio per ritrovare se stesso.

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